La donna del (non) ritorno

Martha Rivera Garrido, pronipote del poeta dominicano Fernando Gaston Deligne, è una scrittrice e poetessa di Santo Domingo, da sempre attiva per la causa femminile; nel 1996 vince il Premio Internazionale “Novela Casa de Teatro” per la sua prima opera “Ho dimenticato il tuo nome”. Nel 1998 scrive e dirige il documentario “Artisti ad Aprile”, per raccontare la Rivoluzione d’Aprile del 1965.
Ho conosciuto una delle sue poesie più celebri, No te enamores (Non ti innamorare), grazie ad una mia cara amica, la quale dopo una lunga chiacchierata mi mandò un messaggio dove c’era scritto: “leggi, questi versi parlano di noi”. Ho adorato fin da subito l’elenco degli eludibili consigli che la poetessa dominicana finge di dare al suo interlocutore. In questa lista di caratteristiche “pericolose” riversa tutta la tacita e beffarda ironia di chi ha la perfetta convinzione che una volta sperimentato l’incontro non vi sarà più possibilità di ritorno. La donna del non ritorno è un distillato di saggezza, libertà e follia. È un essere fluente ed illuminato che sfugge alle maschere sociali di pirandelliana memoria. Una creatura con una forza non contenibile, ineluttabile in un gioco di seduzione e di accattivante tenerezza. Accanto alla descrizione della donna prodigiosa, insidiosa ed irriverente si fa strada anche il concetto del non ritorno, in particolare del non ritorno da una persona. Condivido pienamente questa maniera di sentire alcuni incontri. Sembra quasi che da alcune persone non vi sia redenzione o possibilità di recesso. La poetessa dominicana attribuisce la causa dell’incapacità del regresar all’esperienza dell’avvicinamento ad una donna libera, ovverosia ad una donna che ha saputo vincere i demoni dell’isterismo, capace di oltrepassare l’orizzonte chiuso dell’Io, che ha sopraffatto il fantasma di Elettra; una che ha raggiunto la libertà “nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali” ( E. FROMM, Escape from freedom). 
Forse, più generalmente, il punto del non ritorno si sperimenta dinanzi alla mancanza di filtri convenzionali, ossia nell’esperienza della libertà, quest’ultima intesa come attività di recupero della spontaneità, della propria originalità e dell’essenzialità. In questa danza di anime libere vi è l’eliminazione del superfluo, della superficialità e la riappropriazione di piccoli “territori interiori”. L’esperienza del non ritorno è connessa alla domanda a cui l’altro, attraverso la sua fluidità, è in grado di rispondere. Richiama il concetto dell’Io divisibile dove parti dello stesso sono determinate dall’altro e al contempo determinanti della realtà. La vita trattenuta dietro le sbarre della cupiditas, della pretesa, del possesso, nel vuoto sempre più profondo della sperimentazione del desiderio del nulla (generato dal pensiero narcisistico) concepisce l’altro solo come mero strumento di risposta ad un bisogno. La donna ( e l’uomo) del non ritorno è colei (o colui) invece che, al contrario, combatte i propri limiti e che vive l’altro come possibilità di ritorno a se stessa (o), di conoscenza, di sperimentazione; è colei (colui) in grado di recitare le parole: “più io ti do, più io ho”.
Vi propongo sia la versione originale (in spagnolo) della poesia sia quella tradotta in italiano. Nella traduzione italiana il testo presentava diverse lacune che ho tentato di colmare. Spero vi piaccia, buona lettura!

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Renato Guttuso, Ritratto di donna

No te enamores de una mujer que lee, de una mujer que siente demasiado, de una mujer que escribe.
No te enamores de una mujer culta, maga, delirante, loca. No te enamores de una mujer que piensa, que sabe lo que sabe y además sabe volar; una mujer segura de sí misma.
No te enamores de una mujer que se ríe o llora haciendo el amor, que sabe convertir en espíritu su carne; y mucho menos de una que ame la poesía (esas son las más peligrosas), o que se quede media hora contemplando una pintura y no sepa vivir sin la música.
No te enamores de una mujer a la que le interese la política y que sea rebelde y sienta un inmenso horror por las injusticias. Una a la que no le guste para nada ver televisión.
Ni de una mujer que es bella sin importar las características de su cara y de su cuerpo. No te enamores de una mujer intensa, lúdica, lúcida e irreverente.
No quieras enamorarte de una mujer así. Porque cuando te enamoras de una mujer como esa, se quede ella contigo o no, te ame ella o no, de ella, de una mujer así, jamás se regresa.

Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare,
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti ad un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna alla quale interessi la politica, che sia ribelle e che provi un senso di immenso orrore per le ingiustizie. Una alla quale non interessa per niente guardare la televisione.
Né di una donna che è bella  indipendentemente dalle caratteristiche del suo viso e del suo corpo.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro mai

Il tramonto degli eroi

Il futuro

Il futuro (Bisaccia, agosto 2014)

(In memoria di Giovanni Falcone)

Sarà sicuramente un mio limite, ma io oggi non riesco a commemorare in pace Giovanni Falcone. In realtà non solo oggi, non ci sono mai riuscita. Non riesco a separare la morte di Falcone dalle mancanze culturali intrise nella nostra “italianità”. Non si può non denunciare il fatto che Giovanni Falcone sia stato ucciso dalla stessa mentalità grazie alla quale prende forma la mafia; da quel pensiero che fa da substrato all’omertà, che si intreccia con l’indifferenza e con la concezione di far prevalere ciò che si considera più conveniente e non più giusto.
Giovanni Falcone prima di essere stato ucciso, materialmente, dalla mafia era già stato ammazzato, moralmente, dall’isolamento in cui era stato confinato
Tutte queste commemorazioni ipocrite, dove la mafia risulta essere l’uomo nero e gli uomini delle istituzioni i paladini della legalità mi danno sui nervi. Sembra quasi che questo Paese abbia imparato la lezione e che, grazie ai morti ammazzati, sia diventato improvvisamente un posto migliore e che tutti si siano trasformati in depositari dei valori di libertà e giustizia.
L’unico dato incontrovertibile è che in Italia si diventa eroi perché si rimane soli; perché si resta schiacciati dal peso dell’indifferenza e dal pensare solo per se stesso e non per l’intera comunità. Infatti, uno dei tanti grandi problemi di questo paese va proprio ravvisato nella costante incapacità di fondere e di unire gli interessi dei singoli per un bene più alto e condiviso; nell’ottusa mentalità di pensare ad annaffiare solo il proprio giardino; nel concentrare tutti gli sforzi per “arrivare in alto”, scavalcando tutto e tutti, comprando, vendendosi, promettendo e cedendo ai ricatti morali di ogni tipo. Un paese dove la realizzazione dell’inciso “il fine giustifica i mezzi” sembra diventato l’unico valore condiviso. Dove ad emergere risulta essere solo l’interesse meschino del singolo o l’indifferenza.
Quanti altri “eroi” dobbiamo commemorare prima di comprendere che nella nostra “Italietta” le cose non miglioreranno fino a quando non inizieremo a viverci come cittadini, ovvero come parte fondamentale di un tutto?
Fino a quando non capiremo che il cambiamento può partire solo da noi, dal basso, rimarremo sempre quelli “salvati” in extremis dai decreti legge, quelli dove si fa politica per “sistemarsi” e sistemare, anche se poi ci si pulisce la bocca con il nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Resteremo sempre il Paese dove la meritocrazia sarà considerata il capriccio a cui fanno appello quelli senza “Santi in Paradiso”; quello “guidato” da un classe politica perennemente con la bava alla bocca, ma priva di intenti programmatici; dove si ridicolizzano “i professoroni” ma poi si è incapaci di fare le riforme. Quello dove prevale il più furbo, dove c’è “l’amico dell’amico”. Continuerà ad essere lo Stato che verserà lacrime di coccodrillo per i ricercatori ammazzati in giro per il mondo, senza investire nella ricerca; quello che si attribuirà, illegittimamente, la paternità dei successi degli scienziati e degli artisti italiani fuggiti all’estero perché in Italia non hanno avuto nessuna chance.
Falcone diceva che la mafia può essere debellata solo partendo dalla radice ovvero dall’educazione. Lo credo fortemente anche io.
Vorrei vedere, da nord a sud, in ogni ramo delle istituzioni, nei vari settori, più uomini giusti, più uomini con il talento, la competenza, con la geniale lungimiranza, con la lucidità, con l’onestà e soprattutto con la rara umiltà di Giovanni Falcone.; vorrei che le leggi di riforma non venissero approvate solo perché intrise del sangue di gente morta ammazzata; vorrei tramontasse una volta per tutte l’era degli eroi, degli italiani isolati e massacrati perché abbandonati e che imparassimo tutti ad essere solo un più uomini, più umani e a capire che le sorti del nostro paese non possono e non devono essere affidate allo sforzo di un singolo uomo, ma ad ognuno di noi e al nostro senso di responsabilità come individui e come cittadini.

Mariagrazia Passamano

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Il mondo irriverente della poetessa dei Navigli

Amo il mondo illuminato dai pensieri irriverenti di Alda Merini, quello della “semplicità che si accompagna con l’umiltà”. Adoro smisuratamente la forza espressiva della sua poesia, la “sua identità ribelle”, il suo modo di raccontarsi e di descrivere la pazzia ed il crepuscolo. Vi propongo una poesia che amo particolarmente.

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La parte invisibile di Shanghai (Marzo 2017)

Non mettetemi accanto alle donne                                 
che amano il loro pianto                                                    
più ancora dei loro figli                                                      
e che dei tradimenti maritali                                            
hanno fatto un vessillo di guerra,                                    

alle donne che incendiano le pareti                                           
degli altri                                                                                
con i loro lunghi lamenti di affitto                                    
tradendo tempi e sostanze.                                                 
Non mettetemi accanto a queste civette dolci 
che usano le loro penne 
per trascrivere annali di guerra 
e che proteggono i forti 
solo perchè fan loro donazioni. 
L’amore è uno spirito svelto 
che se ne va via, tradisce 
purtroppo i traditori.

“…non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare”.

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Galicia, Costa da Morte (Luglio 2014)

A GALLA

Chiari mattini,
quando l’azzurro è inganno che non illude,
crescere immenso di vita,
fiumana che non ha ripe né sfocio
e va per sempre,
e sta – infinitamente.
Sono allora i rumori delle strade
l’incrinatura nel vetro
o la pietra che cade
nello specchio del lago e lo corrùga.
E il vocìo dei ragazzi
e il chiacchiericcio liquido dei passeri
che tra le gronde svolano
sono tralicci d’oro
su un fondo vivo di cobalto,
effimeri.
Ecco, è perduto nella rete di echi,
nel soffio di pruina
che discende sugli alberi sfoltiti
e ne deriva un murmure
d’irrequieta marina,
tu quasi vorresti, e ne tremi,
intento cuore disfarti,
non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
più netto batti come
orologio traudito in una stanza
d’albergo al primo rompere dell’aurora.
E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c’è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.

Eugenio Montale

 

 

Pensieri irriverenti

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ESEGESI DI UN ADATTAMENTO CRITICO

Poi improvvisamente arriva la solitudine. Rimangono le notti insonni, il silenzio di questa terra antica ed il ricordo di tanti viaggi dai quali non sono più tornata o per i quali forse non sono mai veramente partita. Il silenzio per chi non lo conosce è destabilizzante e i monti irpini ne regalano in quantità industriale. Questo silenzio per chi in Irpinia ci è nato però diventa un compagno fedele e al contempo il becchino sicuro al quale prima o poi bisognerà abbandonarsi. Il silenzio è tormento per chi non lo “frequenta” abitualmente e per chi non lo attraversa ed è sopraffazione di demoni sotterranei

È creatura pericolosa, ma se addomesticato può fare da scudo perché consente piccoli avanzamenti dell’anima, quelli che poi faranno da filtro  tra te e il mondo. Permette di portare alla luce quelli che io definisco i pensieri irriverenti, quelli insolenti che ti scuotono e ti elevano.

Quei pensieri spinosi che non ti  danno tregua, che non ti fanno approdare alla rassegnazione e che ti condannano a morte ma poi al momento dell’esecuzione ti puntano una pistola scarica alla tempia. Quelli che ti consentono di “adeguarti” al reale e al corso degli eventi, ma mai con rassegnazione, senza senso critico o con passività. Pensieri che non oseresti raccontare a nessuno per via del contenuto bizzarro che li caratterizza.

Quei pensieri che ti fanno girare le spalle e andare via e gli stessi che ti legano indissolubilmente a piccole oasi di ristoro e  ad anime in rivolta in giro per il mondo. I pensieri irriverenti non seguono la logica (di estrazione piccolo borghese) dei titoli o dell’apparenza, anzi sbeffeggiano tutto il preconfezionato e “l’infiocchettato”. Sono quelli che dinanzi ai fallimenti ti permettono ancora di chiederti: “ma se ci riprovassi di nuovo?”. Quelli sfacciati, arroganti ed irreprimibili. Quelli che quando cadi ti consentono di rialzarti e di continuare a camminare con le ginocchia sbucciate. Quelli che ti fanno venir voglia di correre sotto la pioggia, di baciare e annusare i cani e di fissare per minuti interi i percorsi schizofrenici degli insetti.

Quelli che ti ricordano che sei sostanza infinita e che ti trasformerai ma che non morirai fino a quando sarai ancora capace di pensarti e di pensare. Quelli che ti rendono insaziabile di conoscenza e che ti spingono ad alzarti di notte e a divorare libri interi con una voracità inaudita. Quelli scomodi che fai perché non hai altra scelta, perché la tua mente è stata programmata così in origine. Quei pensieri legati inscindibilmente ad un filosofo “impertinente”, che ancora non può riposare in pace. Quei pensieri che ti consentono di conservare la rabbia, di trattenerla, perché quella rabbia  nasce da un amore incontenibile per la vita e per una realtà che sogni diversa e migliore. Nascono dal rispetto della vita umana in tutte le sue forme e sfaccettature. Dall’adorazione del diverso, degli ultimi, degli “indifendibili”, degli offesi e dei barboni. Dalla certezza che gli ultimi non racconteranno la storia dei vinti ma dei vincitori. Dall’amore per un paese che per secoli ha incantato il mondo intero e che ora non può ridursi ad un lungo lamento di anime morte. Per un sud che deve resistere perché ha ancora tutto da donare. Per la mia Irpinia che mi da luce e per alcune persone rivoluzionarie che la abitano perché ogni giorno grazie ai loro pensieri “irriverenti”  la rendono migliore.

Mariagrazia Passamano

Frida Kahlo: la sensualità elevata ad arte

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Cara Frida,
quando il mio aereo ha lasciato Città del Messico era il 12 dicembre 2016 giorno della Festa della Madonna di Guadalupe. La tua terra mi ha salutato con dei fuochi d’artificio meravigliosi. Mentre il mio aereo lasciava il suolo messicano ho rivolto a te il mio pensiero, a Coyoacán e alla casa Azul.
Conoscevo poco di te prima della mia “mobilità” e onestamente ero anche abbastanza infastidita dalla tua immagine di Vogue che come il prezzemolo appariva ovunque associata alla trasgressione e alla scelleratezza.
Questo fino a quando non ti ho “incontrata”.
Mi è capitato più volte di vivere o visitare posti che oserei definire non “consuetudinari” ma è solo nella tua casa Azul in cui ho avvertito molto fortemente una sorta di energia imprigionata. È una casa piena di colori, ricca di dettagli, curata nei minimi particolari e in ogni stanza si avvertono sensazioni differenti e quasi contrastanti. Casa Azul è un inno alla cultura messicana, all’identità di questo popolo meraviglioso. È come se le pareti fossero intrise ancora della tua energia, di sofferenza e di sprigionata gioia. Nel passare da una stanza ad un’altra si ha come la sensazione di trovarti ad un certo punto seduta da qualche parte a bere il tuo tequila tanto è ancor vivo “il suon di”te in questo luogo.
La tua casa è stata un fermento di passioni, di idee rivoluzionarie, di creatività ma anche testimone di logoranti sofferenze e di grandi delusioni.
Ho visto i tuoi busti, le tue protesi, le tue scarpe ortopediche, la tua sedia a rotelle posizionata davanti al cavalletto per dipingere, sfiorato i tuoi vestiti e ho provato un senso di profonda ammirazione per te. Ammirazione perché hai sempre conservato una certa grazia nascondendo il dolore lancinante che ti perseguitava. Il tuo essere “cool” era una necessità ed un gesto di protesta oltre che un atto di devozione alla cultura indigena. Purtroppo però parte del mondo attuale risulta sventrato di contenuti e ignora cosa ci sia dietro la tua sensualità. Oggi predomina l’idea della sensualità connessa alla volgarità, ad un’abbondanza delle forme che però quasi mai coincide con altrettanti contenuti cognitivi. La sensualità invece, come tu insegni, è accettazione delle proprie imperfezioni ed è cura dei singoli difetti. Consiste nel vivere liberamente il proprio corpo. Conoscerlo. Esplorarlo. Giocare con esso. La consapevolezza della propria femminilità (in base a quanto sosteneva Jacque Lacan) consiste nell’accettazione della mancanza dell’elemento fallico e quindi in una condizione di libertà che tale “deficienza” può comportare. La donna non ha nulla di se che fuoriesce all’esterno e quindi per comprenderla bisogna imparare a decifrare i meandri della sua mente e scavare nelle parti intime del suo corpo. É questo che la rende una creatura estremamente affascinante. Invece oggi vestiamo male questa femminilità e tutto diventa motivo di sfida con il genere maschile. Siamo tutte travolte da un isterismo di massa, dove l’uomo da un lato, ci appare centrale in quanto detentore assoluto del potere di farci sentire desiderabili, dall’altro, meritevole di rimprovero e di punizione perché ritenuto, erroneamente, capace di desiderare unicamente il nostro corpo.
Vorrei che le donne di domani e quelle di oggi, in particolare la categoria delle “selfieste compulsive”, imparassero da te il culto della femminilità e l’arte della sensualità. Vorrei che fosse insegnato loro ad alleggerire, ad avere dei desideri, ad ironizzare sui propri difetti fisici. Vorrei che ereditassero da te la tua devozione per la tradizione ed il coraggio per non cedere all’immobilismo. Mi piacerebbe apprendessero che la sensualità è ricerca, è costruzione mentale e scoperta connessa ontologicamente all’originalità e all’unicità.
Desidererei verificassero che la sensualità diventa seduttiva (ovvero “capace di portar via”) se impregnata di passione, di gioia e di ironia.
Vorrei che sapessero che anche senza le dita di un piede e con le protesi si può essere estremamente sensuali e diventare Frida Kahlo.
Hai squarciato il mio immaginario e rivoluzionato la mia anima. Tu e la tua terra mi avete cambiato profondamente e radicalmente.
¡Viva la vida!

Ciao Frida

Mariagrazia Passamano

 

A Giulia

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Elena Frontero, Le civettine, 2015 Acquaforte

(LETTERA AD UNA PICCOLA DONNA)

Essere donna é complesso. É complesso soprattutto quando lo si vuole essere davvero. Autenticamente. Assolutisticamente. Ti racconteranno che non sei niente senza un uomo. Ti diranno che dovrai essere necessariamente moglie e madre per meritare di appartenere a questa vita. Ti paragoneranno continuamente  alle donne che hanno fatto del matrimonio la loro medaglia d’oro. Ti imploreranno di godere ma al contempo ti insegneranno che raggiungere e pretendere l’amplesso è segno di tracotanza. Dovrai andare d’accordo con le altre donne anche se stolte ed impaurite, perché altrimenti ti definiranno competitiva e nemica delle creature a te simili. Ti diranno da che punto guardare il mondo, cosa mangiare, cosa bere, quali Jeans indossare, dove andare in vacanza e quando è il momento di ridere perché ti racconteranno che le donne che ridono troppo sono futili e “donnine”. E ancora ti diranno che inseguire con tenacia un sogno sia sostanzialmente un lavoro da uomo. Tu fottitene. Tu leggi. Balla. Sogna. Sbaglia. Ascolta tanta musica, soprattutto la musica classica. Cadi e rialzati infinite ed innumerevoli volte. Sii il lampo che squarcia il cielo. Sii luce improvvisa ed imprevedibile. Ricorda: tu sei infinito. Ti potranno additare come pazza ma il mondo, rammenta, è salvo grazie alla follia. Sii insaziabile di conoscenza. Sii perseverante nella coscienza di te stessa. Studia la filosofia. Incontrerai uomini piccoli che cercheranno di portarti a loro livello e uomini grandi ed immensi che ti insegneranno il coraggio e l’amore. Ci saranno tramonti che ti soffocheranno e albe talmente belle che illumineranno per sempre il tuo cammino. Essere donna è difficile. Essere donna significa vedere oltre, sempre. A noi appartiene il sacrificio di non rassegnazione, di evoluzione, di autoconservazione. Una donna che trasgredisce la sua legge interiore sbaglia due volte: contro se stessa e contro l’ordine naturale del cosmo. Ieri notte guardavo le tue spalle mentre ti stringevo forte e pensavo a quanto la tua sola esistenza mi abbia permesso di essere infinitamente migliore. Sii donna. Sii sempre indomita. Sii libera. Segui con ferocia i tuoi sogni anche quando arriverà il buio e sentirai di non essere più nessuno. Sii il miracolo inatteso di tutti i tuoi giorni.

Mariagrazia Passamano

L’arte del sottrarre

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Fotografia di Francesca Rivetti, Answers without question

Tutto nasce dalla lettura di un libro appassionato, impegnato e rivoluzionario “Geografia commossa dell’Italia interna” del poeta e scrittore Franco Arminio. In particolare, ciò che ha richiamato la mia attenzione è stato il seguente passaggio: “oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, significa rallentare più che accelerare, significa dare valore, al buio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”.
La cultura capitalistica ci ha traghettati tutti verso la bulimia dell’addizione sistematica. Io sono se ho e sono molte cose se ho molte cose. Al di là dell’identificazione tra essere e avere, tra possedere ed essere ciò su cui vorrei soffermarmi è il tipo di meccanismo mentale del quale siamo schiavi e che è alla base della nostra storia recente.
È riscontrabile un marcato sovraffollamento delle idee, dei concetti, di oggetti materiali, di elementi ammassati nella nostra mente. Il dato inquietante è che a tale sovrabbondanza caotica corrisponda in maniera inversamente proporzionale uno svuotamento intellettuale e spirituale.
In questo contesto di atrofizzata ingordigia, di “crudele miseria di coloro che vivono non cercando altro che il piacere” (Cfr., De profundis, Oscar Wilde) l’arte del sottrarre diviene ricerca del particolare, purificazione, sinonimo di analisi, di ritorno al desiderio e al culto della circostanza, di accentuazione del singolo elemento, che a seguito della separazione “assurge a divino”.
Ma cosa significa sottrarre?
Sottrarre non significa meramente privare o togliere, ma trahere sub ovvero trarre di sotto, trascinare in basso. Il sottrarre implica, a parer mio, un actio ulteriore rispetto al mero privare. Chi sottrae, toglie e trascina altrove, ovvero conduce l’elemento dissociato ad una nuova identità, verso un nuovo significato. Un significato non superficiale perché é un sub trahere e cioè un trascinare sotto, più vicino al fondo, alla radice, alla profondità.
Ragionare per sottrazione richiama per certi versi il concetto aristotelico di deduzione (che coincide con la definizione di sillogismo).
Oggi la premessa maggiore è un accumulo di concetti e di elementi, e premessa minore diviene un’unità di tale sostanza ammassata e la conclusione il tentativo di ordinare il generale attraverso il particolare.
L’esercizio mentale del sottrarre può divenire arte in quanto tentativo di ordinare il generale attraverso il particolare, ovvero come sforzo finalizzato alla ricerca dell’elemento singolo, dell’irripetibilità del consumabile e dell’attenzione verso l’insostituibilità. È un processo di estrapolazione mentale. Significa non ammucchiare ma raccogliere con cura. L’arte del sottrarre è sinonimo di asciugare, di tensione all’essenziale ed è studio della complessità. Consente di ritornare all’archè, alla radice delle cose e a differenza della filosofia zen ad essere eliminato non è il superfluo, bensì il singolo elemento che a seguito della separazione si eleva a frammento essenziale.
Scriveva Schopenhauer: “ La vita d’ogni singolo, se la si guarda nel suo complesso, rilevandone solo i tratti significanti, è sempre invero una tragedia; ma, esaminata nei particolari, ha il carattere della commedia. Imperocché l’agitazione e il tormento della giornata, l’incessante ironia dell’attimo, il volere e il temere della settimana, gli accidenti sgradevoli d’ogni ora, per virtù del caso ognora intento a brutti tiri, sono vere scene da commedia”.
Oggi è questo di cui abbiamo bisogno: della tragedia che esaminata nei suoi dettagli diventa commedia. Della pausa, del silenzio per vagliare e sentire l’elemento unico, la singola e dissociata parte del tutto.
Togliere qualche minuto all’ossessione dell’efficienza significa concedere più anima alle proprie azioni, ai propri passi. Significa guardarsi intorno e non viaggiare come un treno ad alta velocità all’interno del quale il paesaggio ci appare come una lunga striscia senza intervalli di colore.
Bisogna imparare a recuperare la bellezza in quest’atto di salvezza degli elementi. Rendere eterno l’amore dei morti, sottraendolo all’incuria del tempo. Conservare i seni naturali, sottraendoli alla furia devastatrice dell’ ingordo demone dell’apparenza, affinché al tatto siano ancora in grado di trasmettere calore umano. Riconsegnare ogni singola azione alla semplicità ovvero “alla forma della verità”.
Siamo tutti pezzi di infinito dopotutto, sottratti e separati dal complesso ed é attraverso la nostra unicità che impariamo ad essere parte essenziale dell’universo
Per poter davvero aggiungere bisogna imparare a sottratte ovvero a trasferire all’essenzialità gli elementi parte del tutto. È in questa messa in pericolo delle cose che scopriamo il valore del recuperare. È nella mancanza che scopriamo l’essenzialità della presenza. Va reinventato il concetto di analisi inteso come scomposizione di un’unità di elementi costitutivi e di riappropriazione di singoli dettagli inconsci ed inesplorati.
In questo contesto di “sottrazione” e recupero si inserisce l’incanto della disciplina della paesologia e della poesia di Franco Arminio al quale va la mia immensa gratitudine poiché la sua luce ha irradiato anche me.
Esercitatevi: sottraete e salvate!

Mariagrazia Passamano