Alla ricerca dell’essere

 

“Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio. Il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno. La Bellezza ha anche dei doveri dolorosi: creano però i più belli sforzi dell’anima. Ogni ostacolo sormontato segna un accrescimento della nostra volontà, produce il rinnovamento necessario e progressivo della nostra aspirazione. Abbi il culto sacro per tutto ciò che può esaltare ed eccitare la tua intelligenza. Cerca di provocarli, di perpetrarli, questi stimoli fecondi, perché soli possono spingere l’intelligenza al suo Massimo potere creatore. Possiamo noi racchiuderli nella cerchia della lora morale angusta? Affermati e sormontati sempre”.

Amedeo Modigliani, Lettera a Oscar Ghiglia, Venezia 1905

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Verso il sole, (Piramide del sole,Teotihuacán) 2016

Ripensavo al film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e a quanto sia rappresentativo dei nostri tempi. È un film senza contenuti. Dove la bellezza regna sovrana. È puro incanto estetico. Non c’è sostanza. È uno scorrere lento di immagini. Poi capisco che Roma sia sempre Roma e quindi da sola (quasi) capace di far vincere un Oscar. Però, la mia domanda di fondo è: ma cosa voleva raccontare il regista? Lo scopo narrativo del film qual era?
Eppure stiamo parlando di un uomo con un talento incredibile. Se ripenso ai suoi primi film, tipo a “Le conseguenze dell’amore”, mi sembra incredibile che ad un certo punto abbia deciso di inserire il pilota automatico e di affidarsi solo ai suoi virtuosismi estetici. Purtroppo però questa è una cosa molto frequente. Leggo pagine di libri, messaggi, note su pagine facebook e talvolta scopro cose scritte anche molto bene ma che non raccontano niente, senza anima. Da un lato penso che siamo tutti un po’ storditi dalla tirannia delle immagini, dall’altro che non siamo più abituati a pensare e a pensarci. Se non siamo a lavoro o in giro a fare shopping, stiamo a casa o con il televisore acceso o con il cellulare in mano a guardare la vita dei vip su instagram o le foto delle vacanze del nostro vicino. E il tempo per non fare niente dov’è?
Abbiamo bisogno di sottrarre. Dobbiamo imparare a togliere, ad asciugare, a rimpadronirci del nostro tempo, di parte di noi. I contenuti non nascono senza il silenzio, senza la capacità di sapersi ascoltare. È attraverso la metabolizzazione degli accadimenti esterni che riusciamo a conoscerci profondamente. Ciò che ci spaventa è sicuramente il nostro inconscio, quello che sentiremmo nelle pause, nei silenzi, sui monti, in riva al mare. Fromm la definiva “la fuga dalla libertà”. Non ha senso fare il viaggio senza scoprire chi siamo e senza capire di che cosa siamo fatti e cosa possiamo donare di noi al mondo. Nello sforzo continuo teso alla scoperta di alcune parti di noi celebriamo l’anniversario della nostra nascita e ripetiamo il rituale del venire al mondo. 
Il nostro dovere reale è quello di salvare i nostri sogni, la nostra essenza, la nostra verità, il nostro desiderio. Dare un senso alla nostra vita significa renderla bella, valorizzarla, impreziosirla, darle una forma, un volto, una consistenza.
La vita infatti di per se non è né bella né brutta, né giusta e né sbagliata; la vita semplicemente può avere senso o non averne alcuno. Ma imparare ad essere esattamente cosa significa?
Mi sono interrogata per anni e anni su questa domanda. È stato il mio tormento costante. Con il tempo ho raggiunto una quasi risposta che si sostanzia in alcune argomentazioni che vi propongo. Il problema è che non c’è una regola, non c’è una via, non c’è un ricettario, istruzioni, non vi è neanche la certezza di riuscire davvero ad imparare ad essere se stessi. La vita tutta prende forma nel tentativo, nella lotta, nella non rassegnazione, nel sentiero che ci può condurre verso la realizzazione di questo desiderio. Mi può essere obiettato allora che il senso non ci sia, dal momento che non si raggiunge mai la nostra essenza. L’errore è proprio questo. L’errore è credere che per essere felici bisogna prendere possesso del nostro essere. La felicità nasce dalla ricerca, dalla fedeltà a se stessi, dal rimanere in ascolto. La disperazione è lontananza dal nostro inconscio, dalla legge del desiderio.
Nelle “Lettere al dottor G.” e nel “Diario di una diversa”, Alda Merini, racconta che nel profondo dell’inferno uno spiraglio di ritrovata umanità fu la psicoterapia condotta all’interno del manicomio con il dottor G., il quale comprese che il modo più incisivo per aiutare la sua paziente potesse essere quello di indurla a scrivere ancora, infatti mise a sua disposizione una macchina da scrivere, convinto che la poesia potesse salvarla e così fu.
La macchina da scrivere come simbolo di vita, di strumento di ritorno a se stessa e alla sua vocazione; come ausilio del suo fervore e mezzo di libertà. La poesia come salvezza, come terapia, come unica soluzione per non cedere difronte a quella condizione di disumanizzazione. La cura del desiderio è l’antidoto contro la malattia. È l’unico farmaco che ci può guarire e che ci tiene lontani dai giochi insolenti, insidiosi e pericolosi della nostra mente. Thanatos è assenza di desiderio, sinonimo di una vita che non diviene mai reale. Negli anni ho scoperto che non c’è niente che mi faccia più male dell’osservare le persone lontane da se stesse e perse in salti acrobatici inutili. Non mi ferisce tanto il non amore, la cattiveria, la mancanza di buon senso, ma la costatazione dell’assenza del desiderio. Mi piacerebbe sempre poter essere un po’ come la figura del Dott. G  e fornire alle persone che incontro e che mi stanno a cuore quella macchina da scrivere per risalire dagli inferi e per continuare a sognare.

Mariagrazia Passamano

…nel migliore dei mondi possibili

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Alcuni libri sembrano attenderti da sempre, appaiono un  po’ come i grandi insegnanti capaci di leggerti dentro, di sognarti diverso, migliore. Rappresentano quell’incontro che avresti sempre voluto fare, quell’amico che sogni di riabbracciare, quello in grado di dirti sempre le parole giuste, quello che ti va di ascoltare quando tutto sembra perso e rassegnato dentro e fuori di te. I grandi romanzi sono luoghi che ci aspettavano pazienti, un appuntamento con l’inconscio, con la parte del nostro Io più taciturno. Alcuni romanzi rimangono circostanza, contingenza, ti sfiorano appena. Sono storie, storie di altri. Altri invece, quelli che io definisco i grandi romanzi, ti attraversano l’anima, ti emozionano a tal punto che non riesci a distaccartene, non fino a quando non hai raggiunto l’ultima pagina. Dopo l’ultima pagina la “frenesia ossessiva” si placa e il ricongiungimento con il mondo diventa più lieve, le tue pene sembrano placarsi e diminuire. I grandi romanzi parlano di noi, delle nostre vite, dei nostri dubbi martellanti, ci raccontano le nostre inquietudini, ci scuotono e ci aiutano a “cogliere il mondo come una domanda”. Questi gli effetti dei grandi romanzi, questi gli effetti dei due romanzi “Lettere a un giudice” e “Il processo” di Paolo Saggese *.
Ho letto questi due capolavori tutti di un fiato, senza pause. Consiglio di leggerli insieme, di comprarli insieme, in quanto “Il processo” rappresenta la continuazione narrativa di “Lettere a un giudice”. Sono dei racconti fantastici che narrano la storia di una sconfitta. Il protagonista Candido, nome ispirato all’omonimo personaggio di Pangloss di Voltaire, vi lascerà sempre più esterrefatti. Ricordo di aver provato la stessa attonita curiosità difronte ai racconti e alle avventure del protagonista de “L’idiota”, ovverosia del principe Myškin, che è una specie di santo sconsiderato in un mondo peccaminoso, personaggio deriso e ridicolizzato da gente meschina e abietta, semplicemente perché difronte alle ingiurie che gli vengono rivolte lui arrossisce di vergogna per la bassezza altrui. Candido, dopotutto, non è che un “idiota”, un ingenuo, un uomo onesto, un “utopista”, uno che per partecipare ad un concorso studia, studia tanto. È “l’uomo dei mulini al vento”, colui che lotta contro il cinismo, contro il clientelismo, contro la logica della raccomandazione e contro l’assenza dei diritti. Il suo dolore, è il dolore dei giusti. Un dolore che mi ricorda l’amara sorte del giovane Werther, la poetica intensità della pregustazione della grazia assoluta e poi del baratro come conseguenza di quel bagliore, di quella sfiorata e poi negata beatitudine. Candido sembra condividere con il giovane Werther e anche con Jacopo Ortis, il conflitto tra ideale e reale, tra ciò che è e come si vorrebbe che fosse e altresì quell’individualismo, quella solitudine, dell’eroe che combatte titanicamente contro le convenzioni della società e contro un destino che sembra già segnato. Candido solo con i suoi libri, che si rifugia nelle parole di Francesco De Sanctis, di Lucilio, di Marco Aurelio per fugare le brutture e le storpiature dell’umano vivere.
Sullo sfondo vi è la corruzione, che come antagonista indiscussa, come  il “Don Rodrigo” e il principe “Piotr Alexandrovic Valkovsk,” arriva a falciare, a spazzare via i sogni, le speranze, la progettazione futura degli onesti e degli umili.
L’espressione “corruzione”, derivante dal latino corrumpĕre, disfare, guastare, alterare, evoca, già nell’etimologia, tutta la potenzialità nociva dell’atto. L’immagine è quella di una crepa, di una rottura rispetto all’integrità e alla compostezza richiesta da un ruolo. “Lettera a un giudice” e “Il processo”, riescono a cogliere  accuratamente gli effetti distruttivi e devastanti della corruzione, che, in questa sede assume una veste insolita e molto peculiare. Com’è noto, il reato di corruzione è inserito nel nostro codice penale, tra “i delitti contro la pubblica amministrazione”. Ciò significa che oggetto della tutela penale è, dunque, l’interesse della P.A. all’imparzialità, correttezza e probità dei propri funzionari. Sul piano culturale ed emotivo, la corruzione essendo basata sull’idea di reciprocità tra corrotto e corruttore, risulta essere, così come sottolineato da celebre dottrina, quasi priva di una vittima immediatamente percepibile. L’autore invece, attraverso il costernato racconto del suo protagonista, mostra con tutta evidenza, quali possono essere gli effetti lesivi a livello esistenziale della corruzione. Evidenzia, attraverso il suo racconto fantastico, quanto la fenomenologia corruttiva possa, di fatto, impedire il raggiungimento degli obiettivi di soddisfacimento e di realizzazione personale.
Queste caratteristiche contenutistiche e tematiche si riflettono sulla struttura del romanzo, che nella “Lettera a un giudice” è di genere epistolare. Nelle lettere che Candido scrive al Giudice, il quale assume in tal modo quasi il ruolo del confidente, si sviluppa un lungo monologo da cui emergono tutti gli aspetti sfaccettati della personalità del protagonista e della sua “resistenza”.
Lo stile è alto, ma non diventa mai puro virtuosismo estetico, non assume mai un carattere “elitario”. È opera letteraria che incontra il “volgo”, che accoglie e che consola. A tratti, il tono pacato viene tradito dall’amarezza ironica dell’autore, soprattutto ne “il Processo”.
Sono dei romanzi che non si dissociano autisticamente dalla realtà anzi, al contrario, si mostrano come sentieri aperti al grido indignato dei vinti e come rifugio fraterno e consolatorio degli uomini che, come scriveva Pasolini, “preferiscono perdere piuttosto che vincere in modo sleale”.
In alcuni passaggi ho rivisto i miei ultimi dieci anni, il mio amore per il diritto, per la letteratura e per la giustizia. Difronte alle citazioni di Piero Calamandrei, di Francesco De Sanctis, di Italo Calvino, di Seneca, di Marco Aurelio mi sono commossa più e più volte. Questi due libri mi hanno accarezzato l’anima; ho ritrovato in essi le parole consolatrici di un amico, del mio adorato e “combattente Professore”, di colui che ha saputo portare “il fuoco” per la conoscenza nella mia vita; di una persona che,  anche grazie ai suoi libri, si unisce al coro dei non rassegnati, di quegli uomini giusti che sono, nonostante tutto, ancora capaci di lottare per la realizzazione  del “migliore dei mondi possibili” [Pangloss nel Candido di Voltaire, traduzione di Paola angioletti, Newton Compton, 2013]. 

Mariagrazia Passamano

 *PAOLO SAGGESE (Torella dei Lombardi, Avellino, 1967), intellettuale militante, critico letterario, formatosi all'Università di Firenze, dottore di ricerca in Filologia greca e latina, allievo di Antonio La Penna, Sebastiano Timpanaro e Ugo Piscopo, è autore o curatore di più di quaranta volumi dedicati alla Letteratura italiana e latina, al Pensiero meridionale e alla Storia irpina. Direttore scientifico del Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, componente del Comitato scientifico del Centro di Ricerca "Guido Dorso" e del Gruppo di progetto del Parco Letterario "Francesco De Sanctis".

Turisti permanenti

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Foto di Sebran D’Argent

Amo la solitudine. La amo perché è ciò che mi consente di ritrovarmi, di cercarmi, di interrogarmi e perché, come scriveva Carl Gustav Jung, è “per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta”. Più di ogni altra cosa adoro viaggiare da sola, l’ho sempre fatto. Adoro portare in giro per il mondo la mia smania di conoscenza. Amo confondermi tra gli orizzonti delle realtà altre e mimetizzarmi tra nuovi popoli. Detesto il concetto di turista così come lo intendiamo oggi, ovverosia come un accumulo bulimico di foto e di nuove bandierine da aggiungere sul mappamondo. Un tempo il turismo aveva uno scopo culturale. Qualcuno forse ricorderà il Grand Tour, che consisteva in un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea (a partire dal XVII secolo) e destinato a perfezionare le loro conoscenza. Durante il Tour, i giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità dei paesi europei. Passavano il loro tempo esplorando, studiando e ricercando.
Oggi invece siamo tutti viaggiatori distratti e disorientati. Bisognerebbe ritornare al concetto di turismo inteso come occasione di conoscenza. Dovremmo imparare ad essere tutti turisti permanenti. Invece, non ci immergiamo nelle acque nuove, non ci sporchiamo; ci limitiamo solo ad esportare modelli contraffatti di noi stessi. Non siamo più capaci di perderci nei meandri oscuri dell’ignoto.
Quando sono all’estero mi capita spesso di andare nei locali affollati o sugli autobus per ascoltare le persone del luogo, i loro discorsi e per osservare la loro gestualità. Viaggiare è esplorare. Per poter vivere davvero una fusione totale con il mondo sconosciuto bisognerebbe partire pensando di non tornare. Il viaggiare rappresenta un’occasione per uscire dai propri limiti quotidiani, per eludere i nostri tarli mentali, per ampliare la nostra visuale e per imparare che esistono altri lati dai quali poter guardare lo stesso punto. Ai ragazzi giovani consiglio di non avere remore, di andare. Tra un nuovo iPhone, una borsa Gucci o un paio di scarpe firmate e un viaggio, anche se breve, scegliete il viaggio. Per tornare bisogna aver il coraggio di andare via. Siate curiosi! La rottura con ciò che vi è familiare vi farà scoprire lati di voi inimmaginabili. Porterete dietro voi stessi, ma solo l’essenziale di ciò che vi appartiene davvero arriverà a destinazione. Scoprirete un punto dell’anima vostra che eleggerete come centro della vostra resistenza. Vi renderete conto che il nucleo vitale della vostra esistenza si sostanzia nel cambiamento, nella variazione e che come diceva Marcel Proust: “l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”. Molte persone vivono ignorando per anni la quercia che si erge sul loro viale di case, e pretendono poi di diventare improvvisamente attenti solo per il fatto di aver preso un aereo. Ciò che andrebbe rivoluzionato è il nostro modo di guardare le cose. Andrebbe debellata la nostra incapacità di cogliere il nuovo in ciò che riteniamo ormai già appreso, scontato e acquisito una volta per sempre. Non è il viaggio il titolo grazie al quale impariamo ad avere dei nuovi occhi, ma la nostra predisposizione alla ricerca. Il mondo è il riflesso del nostro modo di leggerlo. Un uomo cupo, atrofizzato nelle proprie abitudini, ossessionato dall’avere, non è mai in viaggio, non è mai in rivolta, non compierà nessun Gran tour, mai. Viaggiare significa affidarsi al caos, all’inaspettato, all’imprevisto e all’ignoto. È conoscenza che nasce come conseguenza naturale della curiosità e dell’esperienza. È uno stato mentale. Si inizia a cercare nel proprio giardino di casa e poi via via ovunque, in ogni luogo in giro per il mondo. Nel bellissimo libro “Le città invisibili”, Italo Calvino scriveva: “forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Kan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quello che è fuori”. Per poter davvero compiere il viaggio dei viaggi dovremmo imparare ad essere girovaghi permanenti, turisti attenti e coraggiosi e saltimbanchi dell’esistenza; ad essere talmente capaci di abbandonarci all’incognita per eccellenza chiamata vita da non essere più in grado di distinguere ciò che sta dentro e ciò che sta fuori le nostre palpebre.

Mariagrazia Passamano