Alla ricerca dell’essere

 

“Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio. Il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno. La Bellezza ha anche dei doveri dolorosi: creano però i più belli sforzi dell’anima. Ogni ostacolo sormontato segna un accrescimento della nostra volontà, produce il rinnovamento necessario e progressivo della nostra aspirazione. Abbi il culto sacro per tutto ciò che può esaltare ed eccitare la tua intelligenza. Cerca di provocarli, di perpetrarli, questi stimoli fecondi, perché soli possono spingere l’intelligenza al suo Massimo potere creatore. Possiamo noi racchiuderli nella cerchia della lora morale angusta? Affermati e sormontati sempre”.

Amedeo Modigliani, Lettera a Oscar Ghiglia, Venezia 1905

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Verso il sole, (Piramide del sole,Teotihuacán) 2016

Ripensavo al film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e a quanto sia rappresentativo dei nostri tempi. È un film senza contenuti. Dove la bellezza regna sovrana. È puro incanto estetico. Non c’è sostanza. È uno scorrere lento di immagini. Poi capisco che Roma sia sempre Roma e quindi da sola (quasi) capace di far vincere un Oscar. Però, la mia domanda di fondo è: ma cosa voleva raccontare il regista? Lo scopo narrativo del film qual era?
Eppure stiamo parlando di un uomo con un talento incredibile. Se ripenso ai suoi primi film, tipo a “Le conseguenze dell’amore”, mi sembra incredibile che ad un certo punto abbia deciso di inserire il pilota automatico e di affidarsi solo ai suoi virtuosismi estetici. Purtroppo però questa è una cosa molto frequente. Leggo pagine di libri, messaggi, note su pagine facebook e talvolta scopro cose scritte anche molto bene ma che non raccontano niente, senza anima. Da un lato penso che siamo tutti un po’ storditi dalla tirannia delle immagini, dall’altro che non siamo più abituati a pensare e a pensarci. Se non siamo a lavoro o in giro a fare shopping, stiamo a casa o con il televisore acceso o con il cellulare in mano a guardare la vita dei vip su instagram o le foto delle vacanze del nostro vicino. E il tempo per non fare niente dov’è?
Abbiamo bisogno di sottrarre. Dobbiamo imparare a togliere, ad asciugare, a rimpadronirci del nostro tempo, di parte di noi. I contenuti non nascono senza il silenzio, senza la capacità di sapersi ascoltare. È attraverso la metabolizzazione degli accadimenti esterni che riusciamo a conoscerci profondamente. Ciò che ci spaventa è sicuramente il nostro inconscio, quello che sentiremmo nelle pause, nei silenzi, sui monti, in riva al mare. Fromm la definiva “la fuga dalla libertà”. Non ha senso fare il viaggio senza scoprire chi siamo e senza capire di che cosa siamo fatti e cosa possiamo donare di noi al mondo. Nello sforzo continuo teso alla scoperta di alcune parti di noi celebriamo l’anniversario della nostra nascita e ripetiamo il rituale del venire al mondo. 
Il nostro dovere reale è quello di salvare i nostri sogni, la nostra essenza, la nostra verità, il nostro desiderio. Dare un senso alla nostra vita significa renderla bella, valorizzarla, impreziosirla, darle una forma, un volto, una consistenza.
La vita infatti di per se non è né bella né brutta, né giusta e né sbagliata; la vita semplicemente può avere senso o non averne alcuno. Ma imparare ad essere esattamente cosa significa?
Mi sono interrogata per anni e anni su questa domanda. È stato il mio tormento costante. Con il tempo ho raggiunto una quasi risposta che si sostanzia in alcune argomentazioni che vi propongo. Il problema è che non c’è una regola, non c’è una via, non c’è un ricettario, istruzioni, non vi è neanche la certezza di riuscire davvero ad imparare ad essere se stessi. La vita tutta prende forma nel tentativo, nella lotta, nella non rassegnazione, nel sentiero che ci può condurre verso la realizzazione di questo desiderio. Mi può essere obiettato allora che il senso non ci sia, dal momento che non si raggiunge mai la nostra essenza. L’errore è proprio questo. L’errore è credere che per essere felici bisogna prendere possesso del nostro essere. La felicità nasce dalla ricerca, dalla fedeltà a se stessi, dal rimanere in ascolto. La disperazione è lontananza dal nostro inconscio, dalla legge del desiderio.
Nelle “Lettere al dottor G.” e nel “Diario di una diversa”, Alda Merini, racconta che nel profondo dell’inferno uno spiraglio di ritrovata umanità fu la psicoterapia condotta all’interno del manicomio con il dottor G., il quale comprese che il modo più incisivo per aiutare la sua paziente potesse essere quello di indurla a scrivere ancora, infatti mise a sua disposizione una macchina da scrivere, convinto che la poesia potesse salvarla e così fu.
La macchina da scrivere come simbolo di vita, di strumento di ritorno a se stessa e alla sua vocazione; come ausilio del suo fervore e mezzo di libertà. La poesia come salvezza, come terapia, come unica soluzione per non cedere difronte a quella condizione di disumanizzazione. La cura del desiderio è l’antidoto contro la malattia. È l’unico farmaco che ci può guarire e che ci tiene lontani dai giochi insolenti, insidiosi e pericolosi della nostra mente. Thanatos è assenza di desiderio, sinonimo di una vita che non diviene mai reale. Negli anni ho scoperto che non c’è niente che mi faccia più male dell’osservare le persone lontane da se stesse e perse in salti acrobatici inutili. Non mi ferisce tanto il non amore, la cattiveria, la mancanza di buon senso, ma la costatazione dell’assenza del desiderio. Mi piacerebbe sempre poter essere un po’ come la figura del Dott. G  e fornire alle persone che incontro e che mi stanno a cuore quella macchina da scrivere per risalire dagli inferi e per continuare a sognare.

Mariagrazia Passamano

…nel migliore dei mondi possibili

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Alcuni libri sembrano attenderti da sempre, appaiono un  po’ come i grandi insegnanti capaci di leggerti dentro, di sognarti diverso, migliore. Rappresentano quell’incontro che avresti sempre voluto fare, quell’amico che sogni di riabbracciare, quello in grado di dirti sempre le parole giuste, quello che ti va di ascoltare quando tutto sembra perso e rassegnato dentro e fuori di te. I grandi romanzi sono luoghi che ci aspettavano pazienti, un appuntamento con l’inconscio, con la parte del nostro Io più taciturno. Alcuni romanzi rimangono circostanza, contingenza, ti sfiorano appena. Sono storie, storie di altri. Altri invece, quelli che io definisco i grandi romanzi, ti attraversano l’anima, ti emozionano a tal punto che non riesci a distaccartene, non fino a quando non hai raggiunto l’ultima pagina. Dopo l’ultima pagina la “frenesia ossessiva” si placa e il ricongiungimento con il mondo diventa più lieve, le tue pene sembrano placarsi e diminuire. I grandi romanzi parlano di noi, delle nostre vite, dei nostri dubbi martellanti, ci raccontano le nostre inquietudini, ci scuotono e ci aiutano a “cogliere il mondo come una domanda”. Questi gli effetti dei grandi romanzi, questi gli effetti dei due romanzi “Lettere a un giudice” e “Il processo” di Paolo Saggese *.
Ho letto questi due capolavori tutti di un fiato, senza pause. Consiglio di leggerli insieme, di comprarli insieme, in quanto “Il processo” rappresenta la continuazione narrativa di “Lettere a un giudice”. Sono dei racconti fantastici che narrano la storia di una sconfitta. Il protagonista Candido, nome ispirato all’omonimo personaggio di Pangloss di Voltaire, vi lascerà sempre più esterrefatti. Ricordo di aver provato la stessa attonita curiosità difronte ai racconti e alle avventure del protagonista de “L’idiota”, ovverosia del principe Myškin, che è una specie di santo sconsiderato in un mondo peccaminoso, personaggio deriso e ridicolizzato da gente meschina e abietta, semplicemente perché difronte alle ingiurie che gli vengono rivolte lui arrossisce di vergogna per la bassezza altrui. Candido, dopotutto, non è che un “idiota”, un ingenuo, un uomo onesto, un “utopista”, uno che per partecipare ad un concorso studia, studia tanto. È “l’uomo dei mulini al vento”, colui che lotta contro il cinismo, contro il clientelismo, contro la logica della raccomandazione e contro l’assenza dei diritti. Il suo dolore, è il dolore dei giusti. Un dolore che mi ricorda l’amara sorte del giovane Werther, la poetica intensità della pregustazione della grazia assoluta e poi del baratro come conseguenza di quel bagliore, di quella sfiorata e poi negata beatitudine. Candido sembra condividere con il giovane Werther e anche con Jacopo Ortis, il conflitto tra ideale e reale, tra ciò che è e come si vorrebbe che fosse e altresì quell’individualismo, quella solitudine, dell’eroe che combatte titanicamente contro le convenzioni della società e contro un destino che sembra già segnato. Candido solo con i suoi libri, che si rifugia nelle parole di Francesco De Sanctis, di Lucilio, di Marco Aurelio per fugare le brutture e le storpiature dell’umano vivere.
Sullo sfondo vi è la corruzione, che come antagonista indiscussa, come  il “Don Rodrigo” e il principe “Piotr Alexandrovic Valkovsk,” arriva a falciare, a spazzare via i sogni, le speranze, la progettazione futura degli onesti e degli umili.
L’espressione “corruzione”, derivante dal latino corrumpĕre, disfare, guastare, alterare, evoca, già nell’etimologia, tutta la potenzialità nociva dell’atto. L’immagine è quella di una crepa, di una rottura rispetto all’integrità e alla compostezza richiesta da un ruolo. “Lettera a un giudice” e “Il processo”, riescono a cogliere  accuratamente gli effetti distruttivi e devastanti della corruzione, che, in questa sede assume una veste insolita e molto peculiare. Com’è noto, il reato di corruzione è inserito nel nostro codice penale, tra “i delitti contro la pubblica amministrazione”. Ciò significa che oggetto della tutela penale è, dunque, l’interesse della P.A. all’imparzialità, correttezza e probità dei propri funzionari. Sul piano culturale ed emotivo, la corruzione essendo basata sull’idea di reciprocità tra corrotto e corruttore, risulta essere, così come sottolineato da celebre dottrina, quasi priva di una vittima immediatamente percepibile. L’autore invece, attraverso il costernato racconto del suo protagonista, mostra con tutta evidenza, quali possono essere gli effetti lesivi a livello esistenziale della corruzione. Evidenzia, attraverso il suo racconto fantastico, quanto la fenomenologia corruttiva possa, di fatto, impedire il raggiungimento degli obiettivi di soddisfacimento e di realizzazione personale.
Queste caratteristiche contenutistiche e tematiche si riflettono sulla struttura del romanzo, che nella “Lettera a un giudice” è di genere epistolare. Nelle lettere che Candido scrive al Giudice, il quale assume in tal modo quasi il ruolo del confidente, si sviluppa un lungo monologo da cui emergono tutti gli aspetti sfaccettati della personalità del protagonista e della sua “resistenza”.
Lo stile è alto, ma non diventa mai puro virtuosismo estetico, non assume mai un carattere “elitario”. È opera letteraria che incontra il “volgo”, che accoglie e che consola. A tratti, il tono pacato viene tradito dall’amarezza ironica dell’autore, soprattutto ne “il Processo”.
Sono dei romanzi che non si dissociano autisticamente dalla realtà anzi, al contrario, si mostrano come sentieri aperti al grido indignato dei vinti e come rifugio fraterno e consolatorio degli uomini che, come scriveva Pasolini, “preferiscono perdere piuttosto che vincere in modo sleale”.
In alcuni passaggi ho rivisto i miei ultimi dieci anni, il mio amore per il diritto, per la letteratura e per la giustizia. Difronte alle citazioni di Piero Calamandrei, di Francesco De Sanctis, di Italo Calvino, di Seneca, di Marco Aurelio mi sono commossa più e più volte. Questi due libri mi hanno accarezzato l’anima; ho ritrovato in essi le parole consolatrici di un amico, del mio adorato e “combattente Professore”, di colui che ha saputo portare “il fuoco” per la conoscenza nella mia vita; di una persona che,  anche grazie ai suoi libri, si unisce al coro dei non rassegnati, di quegli uomini giusti che sono, nonostante tutto, ancora capaci di lottare per la realizzazione  del “migliore dei mondi possibili” [Pangloss nel Candido di Voltaire, traduzione di Paola angioletti, Newton Compton, 2013]. 

Mariagrazia Passamano

 *PAOLO SAGGESE (Torella dei Lombardi, Avellino, 1967), intellettuale militante, critico letterario, formatosi all'Università di Firenze, dottore di ricerca in Filologia greca e latina, allievo di Antonio La Penna, Sebastiano Timpanaro e Ugo Piscopo, è autore o curatore di più di quaranta volumi dedicati alla Letteratura italiana e latina, al Pensiero meridionale e alla Storia irpina. Direttore scientifico del Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, componente del Comitato scientifico del Centro di Ricerca "Guido Dorso" e del Gruppo di progetto del Parco Letterario "Francesco De Sanctis".

Turisti permanenti

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Foto di Sebran D’Argent

Amo la solitudine. La amo perché è ciò che mi consente di ritrovarmi, di cercarmi, di interrogarmi e perché, come scriveva Carl Gustav Jung, è “per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta”. Più di ogni altra cosa adoro viaggiare da sola, l’ho sempre fatto. Adoro portare in giro per il mondo la mia smania di conoscenza. Amo confondermi tra gli orizzonti delle realtà altre e mimetizzarmi tra nuovi popoli. Detesto il concetto di turista così come lo intendiamo oggi, ovverosia come un accumulo bulimico di foto e di nuove bandierine da aggiungere sul mappamondo. Un tempo il turismo aveva uno scopo culturale. Qualcuno forse ricorderà il Grand Tour, che consisteva in un lungo viaggio nell’Europa continentale effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea (a partire dal XVII secolo) e destinato a perfezionare le loro conoscenza. Durante il Tour, i giovani imparavano a conoscere la politica, la cultura, l’arte e le antichità dei paesi europei. Passavano il loro tempo esplorando, studiando e ricercando.
Oggi invece siamo tutti viaggiatori distratti e disorientati. Bisognerebbe ritornare al concetto di turismo inteso come occasione di conoscenza. Dovremmo imparare ad essere tutti turisti permanenti. Invece, non ci immergiamo nelle acque nuove, non ci sporchiamo; ci limitiamo solo ad esportare modelli contraffatti di noi stessi. Non siamo più capaci di perderci nei meandri oscuri dell’ignoto.
Quando sono all’estero mi capita spesso di andare nei locali affollati o sugli autobus per ascoltare le persone del luogo, i loro discorsi e per osservare la loro gestualità. Viaggiare è esplorare. Per poter vivere davvero una fusione totale con il mondo sconosciuto bisognerebbe partire pensando di non tornare. Il viaggiare rappresenta un’occasione per uscire dai propri limiti quotidiani, per eludere i nostri tarli mentali, per ampliare la nostra visuale e per imparare che esistono altri lati dai quali poter guardare lo stesso punto. Ai ragazzi giovani consiglio di non avere remore, di andare. Tra un nuovo iPhone, una borsa Gucci o un paio di scarpe firmate e un viaggio, anche se breve, scegliete il viaggio. Per tornare bisogna aver il coraggio di andare via. Siate curiosi! La rottura con ciò che vi è familiare vi farà scoprire lati di voi inimmaginabili. Porterete dietro voi stessi, ma solo l’essenziale di ciò che vi appartiene davvero arriverà a destinazione. Scoprirete un punto dell’anima vostra che eleggerete come centro della vostra resistenza. Vi renderete conto che il nucleo vitale della vostra esistenza si sostanzia nel cambiamento, nella variazione e che come diceva Marcel Proust: “l’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi”. Molte persone vivono ignorando per anni la quercia che si erge sul loro viale di case, e pretendono poi di diventare improvvisamente attenti solo per il fatto di aver preso un aereo. Ciò che andrebbe rivoluzionato è il nostro modo di guardare le cose. Andrebbe debellata la nostra incapacità di cogliere il nuovo in ciò che riteniamo ormai già appreso, scontato e acquisito una volta per sempre. Non è il viaggio il titolo grazie al quale impariamo ad avere dei nuovi occhi, ma la nostra predisposizione alla ricerca. Il mondo è il riflesso del nostro modo di leggerlo. Un uomo cupo, atrofizzato nelle proprie abitudini, ossessionato dall’avere, non è mai in viaggio, non è mai in rivolta, non compierà nessun Gran tour, mai. Viaggiare significa affidarsi al caos, all’inaspettato, all’imprevisto e all’ignoto. È conoscenza che nasce come conseguenza naturale della curiosità e dell’esperienza. È uno stato mentale. Si inizia a cercare nel proprio giardino di casa e poi via via ovunque, in ogni luogo in giro per il mondo. Nel bellissimo libro “Le città invisibili”, Italo Calvino scriveva: “forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Kan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quello che è fuori”. Per poter davvero compiere il viaggio dei viaggi dovremmo imparare ad essere girovaghi permanenti, turisti attenti e coraggiosi e saltimbanchi dell’esistenza; ad essere talmente capaci di abbandonarci all’incognita per eccellenza chiamata vita da non essere più in grado di distinguere ciò che sta dentro e ciò che sta fuori le nostre palpebre.

Mariagrazia Passamano

La donna del (non) ritorno

Martha Rivera Garrido, pronipote del poeta dominicano Fernando Gaston Deligne, è una scrittrice e poetessa di Santo Domingo, da sempre attiva per la causa femminile; nel 1996 vince il Premio Internazionale “Novela Casa de Teatro” per la sua prima opera “Ho dimenticato il tuo nome”. Nel 1998 scrive e dirige il documentario “Artisti ad Aprile”, per raccontare la Rivoluzione d’Aprile del 1965.
Ho conosciuto una delle sue poesie più celebri, No te enamores (Non ti innamorare), grazie ad una mia cara amica, la quale dopo una lunga chiacchierata mi mandò un messaggio dove c’era scritto: “leggi, questi versi parlano di noi”. Ho adorato fin da subito l’elenco degli eludibili consigli che la poetessa dominicana finge di dare al suo interlocutore. In questa lista di caratteristiche “pericolose” riversa tutta la tacita e beffarda ironia di chi ha la perfetta convinzione che una volta sperimentato l’incontro non vi sarà più possibilità di ritorno. La donna del non ritorno è un distillato di saggezza, libertà e follia. È un essere fluente ed illuminato che sfugge alle maschere sociali di pirandelliana memoria. Una creatura con una forza non contenibile, ineluttabile in un gioco di seduzione e di accattivante tenerezza. Accanto alla descrizione della donna prodigiosa, insidiosa ed irriverente si fa strada anche il concetto del non ritorno, in particolare del non ritorno da una persona. Condivido pienamente questa maniera di sentire alcuni incontri. Sembra quasi che da alcune persone non vi sia redenzione o possibilità di recesso. La poetessa dominicana attribuisce la causa dell’incapacità del regresar all’esperienza dell’avvicinamento ad una donna libera, ovverosia ad una donna che ha saputo vincere i demoni dell’isterismo, capace di oltrepassare l’orizzonte chiuso dell’Io, che ha sopraffatto il fantasma di Elettra; una che ha raggiunto la libertà “nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali” ( E. FROMM, Escape from freedom). 
Forse, più generalmente, il punto del non ritorno si sperimenta dinanzi alla mancanza di filtri convenzionali, ossia nell’esperienza della libertà, quest’ultima intesa come attività di recupero della spontaneità, della propria originalità e dell’essenzialità. In questa danza di anime libere vi è l’eliminazione del superfluo, della superficialità e la riappropriazione di piccoli “territori interiori”. L’esperienza del non ritorno è connessa alla domanda a cui l’altro, attraverso la sua fluidità, è in grado di rispondere. Richiama il concetto dell’Io divisibile dove parti dello stesso sono determinate dall’altro e al contempo determinanti della realtà. La vita trattenuta dietro le sbarre della cupiditas, della pretesa, del possesso, nel vuoto sempre più profondo della sperimentazione del desiderio del nulla (generato dal pensiero narcisistico) concepisce l’altro solo come mero strumento di risposta ad un bisogno. La donna ( e l’uomo) del non ritorno è colei (o colui) invece che, al contrario, combatte i propri limiti e che vive l’altro come possibilità di ritorno a se stessa (o), di conoscenza, di sperimentazione; è colei (colui) in grado di recitare le parole: “più io ti do, più io ho”.
Vi propongo sia la versione originale (in spagnolo) della poesia sia quella tradotta in italiano. Nella traduzione italiana il testo presentava diverse lacune che ho tentato di colmare. Spero vi piaccia, buona lettura!

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Renato Guttuso, Ritratto di donna

No te enamores de una mujer que lee, de una mujer que siente demasiado, de una mujer que escribe.
No te enamores de una mujer culta, maga, delirante, loca. No te enamores de una mujer que piensa, que sabe lo que sabe y además sabe volar; una mujer segura de sí misma.
No te enamores de una mujer que se ríe o llora haciendo el amor, que sabe convertir en espíritu su carne; y mucho menos de una que ame la poesía (esas son las más peligrosas), o que se quede media hora contemplando una pintura y no sepa vivir sin la música.
No te enamores de una mujer a la que le interese la política y que sea rebelde y sienta un inmenso horror por las injusticias. Una a la que no le guste para nada ver televisión.
Ni de una mujer que es bella sin importar las características de su cara y de su cuerpo. No te enamores de una mujer intensa, lúdica, lúcida e irreverente.
No quieras enamorarte de una mujer así. Porque cuando te enamoras de una mujer como esa, se quede ella contigo o no, te ame ella o no, de ella, de una mujer así, jamás se regresa.

Non innamorarti di una donna che legge, di una donna che sente troppo, di una donna che scrive.
Non innamorarti di una donna colta, maga, delirante, pazza.
Non innamorarti di una donna che pensa, che sa di sapere e che, inoltre, è capace di volare,
Non innamorarti di una donna che ride o piange mentre fa l’amore, che sa trasformare il suo spirito in carne e, ancor di più, di una donna che ama la poesia (sono loro le più pericolose), o di una donna capace di restare mezz’ora davanti ad un quadro o che non sa vivere senza la musica.
Non innamorarti di una donna alla quale interessi la politica, che sia ribelle e che provi un senso di immenso orrore per le ingiustizie. Una alla quale non interessa per niente guardare la televisione.
Né di una donna che è bella  indipendentemente dalle caratteristiche del suo viso e del suo corpo.
Non innamorarti di una donna intensa, ludica, lucida, ribelle, irriverente.
Che non ti capiti mai di innamorarti di una donna così.
Perché quando ti innamori di una donna del genere, che rimanga con te oppure no, che ti ami o no, da una donna così, non si torna indietro mai

Il tramonto degli eroi

Il futuro

Il futuro (Bisaccia, agosto 2014)

(In memoria di Giovanni Falcone)

Sarà sicuramente un mio limite, ma io oggi non riesco a commemorare in pace Giovanni Falcone. In realtà non solo oggi, non ci sono mai riuscita. Non riesco a separare la morte di Falcone dalle mancanze culturali intrise nella nostra “italianità”. Non si può non denunciare il fatto che Giovanni Falcone sia stato ucciso dalla stessa mentalità grazie alla quale prende forma la mafia; da quel pensiero che fa da substrato all’omertà, che si intreccia con l’indifferenza e con la concezione di far prevalere ciò che si considera più conveniente e non più giusto.
Giovanni Falcone prima di essere stato ucciso, materialmente, dalla mafia era già stato ammazzato, moralmente, dall’isolamento in cui era stato confinato
Tutte queste commemorazioni ipocrite, dove la mafia risulta essere l’uomo nero e gli uomini delle istituzioni i paladini della legalità mi danno sui nervi. Sembra quasi che questo Paese abbia imparato la lezione e che, grazie ai morti ammazzati, sia diventato improvvisamente un posto migliore e che tutti si siano trasformati in depositari dei valori di libertà e giustizia.
L’unico dato incontrovertibile è che in Italia si diventa eroi perché si rimane soli; perché si resta schiacciati dal peso dell’indifferenza e dal pensare solo per se stesso e non per l’intera comunità. Infatti, uno dei tanti grandi problemi di questo paese va proprio ravvisato nella costante incapacità di fondere e di unire gli interessi dei singoli per un bene più alto e condiviso; nell’ottusa mentalità di pensare ad annaffiare solo il proprio giardino; nel concentrare tutti gli sforzi per “arrivare in alto”, scavalcando tutto e tutti, comprando, vendendosi, promettendo e cedendo ai ricatti morali di ogni tipo. Un paese dove la realizzazione dell’inciso “il fine giustifica i mezzi” sembra diventato l’unico valore condiviso. Dove ad emergere risulta essere solo l’interesse meschino del singolo o l’indifferenza.
Quanti altri “eroi” dobbiamo commemorare prima di comprendere che nella nostra “Italietta” le cose non miglioreranno fino a quando non inizieremo a viverci come cittadini, ovvero come parte fondamentale di un tutto?
Fino a quando non capiremo che il cambiamento può partire solo da noi, dal basso, rimarremo sempre quelli “salvati” in extremis dai decreti legge, quelli dove si fa politica per “sistemarsi” e sistemare, anche se poi ci si pulisce la bocca con il nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Resteremo sempre il Paese dove la meritocrazia sarà considerata il capriccio a cui fanno appello quelli senza “Santi in Paradiso”; quello “guidato” da un classe politica perennemente con la bava alla bocca, ma priva di intenti programmatici; dove si ridicolizzano “i professoroni” ma poi si è incapaci di fare le riforme. Quello dove prevale il più furbo, dove c’è “l’amico dell’amico”. Continuerà ad essere lo Stato che verserà lacrime di coccodrillo per i ricercatori ammazzati in giro per il mondo, senza investire nella ricerca; quello che si attribuirà, illegittimamente, la paternità dei successi degli scienziati e degli artisti italiani fuggiti all’estero perché in Italia non hanno avuto nessuna chance.
Falcone diceva che la mafia può essere debellata solo partendo dalla radice ovvero dall’educazione. Lo credo fortemente anche io.
Vorrei vedere, da nord a sud, in ogni ramo delle istituzioni, nei vari settori, più uomini giusti, più uomini con il talento, la competenza, con la geniale lungimiranza, con la lucidità, con l’onestà e soprattutto con la rara umiltà di Giovanni Falcone.; vorrei che le leggi di riforma non venissero approvate solo perché intrise del sangue di gente morta ammazzata; vorrei tramontasse una volta per tutte l’era degli eroi, degli italiani isolati e massacrati perché abbandonati e che imparassimo tutti ad essere solo un più uomini, più umani e a capire che le sorti del nostro paese non possono e non devono essere affidate allo sforzo di un singolo uomo, ma ad ognuno di noi e al nostro senso di responsabilità come individui e come cittadini.

Mariagrazia Passamano

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Il mondo irriverente della poetessa dei Navigli

Amo il mondo illuminato dai pensieri irriverenti di Alda Merini, quello della “semplicità che si accompagna con l’umiltà”. Adoro smisuratamente la forza espressiva della sua poesia, la “sua identità ribelle”, il suo modo di raccontarsi e di descrivere la pazzia ed il crepuscolo. Vi propongo una poesia che amo particolarmente.

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La parte invisibile di Shanghai (Marzo 2017)

Non mettetemi accanto alle donne                                 
che amano il loro pianto                                                    
più ancora dei loro figli                                                      
e che dei tradimenti maritali                                            
hanno fatto un vessillo di guerra,                                    

alle donne che incendiano le pareti                                           
degli altri                                                                                
con i loro lunghi lamenti di affitto                                    
tradendo tempi e sostanze.                                                 
Non mettetemi accanto a queste civette dolci 
che usano le loro penne 
per trascrivere annali di guerra 
e che proteggono i forti 
solo perchè fan loro donazioni. 
L’amore è uno spirito svelto 
che se ne va via, tradisce 
purtroppo i traditori.

“…non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare”.

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Galicia, Costa da Morte (Luglio 2014)

A GALLA

Chiari mattini,
quando l’azzurro è inganno che non illude,
crescere immenso di vita,
fiumana che non ha ripe né sfocio
e va per sempre,
e sta – infinitamente.
Sono allora i rumori delle strade
l’incrinatura nel vetro
o la pietra che cade
nello specchio del lago e lo corrùga.
E il vocìo dei ragazzi
e il chiacchiericcio liquido dei passeri
che tra le gronde svolano
sono tralicci d’oro
su un fondo vivo di cobalto,
effimeri.
Ecco, è perduto nella rete di echi,
nel soffio di pruina
che discende sugli alberi sfoltiti
e ne deriva un murmure
d’irrequieta marina,
tu quasi vorresti, e ne tremi,
intento cuore disfarti,
non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
più netto batti come
orologio traudito in una stanza
d’albergo al primo rompere dell’aurora.
E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c’è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.

Eugenio Montale

 

 

Pensieri irriverenti

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ESEGESI DI UN ADATTAMENTO CRITICO

Poi improvvisamente arriva la solitudine. Rimangono le notti insonni, il silenzio di questa terra antica ed il ricordo di tanti viaggi dai quali non sono più tornata o per i quali forse non sono mai veramente partita. Il silenzio per chi non lo conosce è destabilizzante e i monti irpini ne regalano in quantità industriale. Questo silenzio per chi in Irpinia ci è nato però diventa un compagno fedele e al contempo il becchino sicuro al quale prima o poi bisognerà abbandonarsi. Il silenzio è tormento per chi non lo “frequenta” abitualmente e per chi non lo attraversa ed è sopraffazione di demoni sotterranei

È creatura pericolosa, ma se addomesticato può fare da scudo perché consente piccoli avanzamenti dell’anima, quelli che poi faranno da filtro  tra te e il mondo. Permette di portare alla luce quelli che io definisco i pensieri irriverenti, quelli insolenti che ti scuotono e ti elevano.

Quei pensieri spinosi che non ti  danno tregua, che non ti fanno approdare alla rassegnazione e che ti condannano a morte ma poi al momento dell’esecuzione ti puntano una pistola scarica alla tempia. Quelli che ti consentono di “adeguarti” al reale e al corso degli eventi, ma mai con rassegnazione, senza senso critico o con passività. Pensieri che non oseresti raccontare a nessuno per via del contenuto bizzarro che li caratterizza.

Quei pensieri che ti fanno girare le spalle e andare via e gli stessi che ti legano indissolubilmente a piccole oasi di ristoro e  ad anime in rivolta in giro per il mondo. I pensieri irriverenti non seguono la logica (di estrazione piccolo borghese) dei titoli o dell’apparenza, anzi sbeffeggiano tutto il preconfezionato e “l’infiocchettato”. Sono quelli che dinanzi ai fallimenti ti permettono ancora di chiederti: “ma se ci riprovassi di nuovo?”. Quelli sfacciati, arroganti ed irreprimibili. Quelli che quando cadi ti consentono di rialzarti e di continuare a camminare con le ginocchia sbucciate. Quelli che ti fanno venir voglia di correre sotto la pioggia, di baciare e annusare i cani e di fissare per minuti interi i percorsi schizofrenici degli insetti.

Quelli che ti ricordano che sei sostanza infinita e che ti trasformerai ma che non morirai fino a quando sarai ancora capace di pensarti e di pensare. Quelli che ti rendono insaziabile di conoscenza e che ti spingono ad alzarti di notte e a divorare libri interi con una voracità inaudita. Quelli scomodi che fai perché non hai altra scelta, perché la tua mente è stata programmata così in origine. Quei pensieri legati inscindibilmente ad un filosofo “impertinente”, che ancora non può riposare in pace. Quei pensieri che ti consentono di conservare la rabbia, di trattenerla, perché quella rabbia  nasce da un amore incontenibile per la vita e per una realtà che sogni diversa e migliore. Nascono dal rispetto della vita umana in tutte le sue forme e sfaccettature. Dall’adorazione del diverso, degli ultimi, degli “indifendibili”, degli offesi e dei barboni. Dalla certezza che gli ultimi non racconteranno la storia dei vinti ma dei vincitori. Dall’amore per un paese che per secoli ha incantato il mondo intero e che ora non può ridursi ad un lungo lamento di anime morte. Per un sud che deve resistere perché ha ancora tutto da donare. Per la mia Irpinia che mi da luce e per alcune persone rivoluzionarie che la abitano perché ogni giorno grazie ai loro pensieri “irriverenti”  la rendono migliore.

Mariagrazia Passamano

Frida Kahlo: la sensualità elevata ad arte

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Cara Frida,
quando il mio aereo ha lasciato Città del Messico era il 12 dicembre 2016 giorno della Festa della Madonna di Guadalupe. La tua terra mi ha salutato con dei fuochi d’artificio meravigliosi. Mentre il mio aereo lasciava il suolo messicano ho rivolto a te il mio pensiero, a Coyoacán e alla casa Azul.
Conoscevo poco di te prima della mia “mobilità” e onestamente ero anche abbastanza infastidita dalla tua immagine di Vogue che come il prezzemolo appariva ovunque associata alla trasgressione e alla scelleratezza.
Questo fino a quando non ti ho “incontrata”.
Mi è capitato più volte di vivere o visitare posti che oserei definire non “consuetudinari” ma è solo nella tua casa Azul in cui ho avvertito molto fortemente una sorta di energia imprigionata. È una casa piena di colori, ricca di dettagli, curata nei minimi particolari e in ogni stanza si avvertono sensazioni differenti e quasi contrastanti. Casa Azul è un inno alla cultura messicana, all’identità di questo popolo meraviglioso. È come se le pareti fossero intrise ancora della tua energia, di sofferenza e di sprigionata gioia. Nel passare da una stanza ad un’altra si ha come la sensazione di trovarti ad un certo punto seduta da qualche parte a bere il tuo tequila tanto è ancor vivo “il suon di”te in questo luogo.
La tua casa è stata un fermento di passioni, di idee rivoluzionarie, di creatività ma anche testimone di logoranti sofferenze e di grandi delusioni.
Ho visto i tuoi busti, le tue protesi, le tue scarpe ortopediche, la tua sedia a rotelle posizionata davanti al cavalletto per dipingere, sfiorato i tuoi vestiti e ho provato un senso di profonda ammirazione per te. Ammirazione perché hai sempre conservato una certa grazia nascondendo il dolore lancinante che ti perseguitava. Il tuo essere “cool” era una necessità ed un gesto di protesta oltre che un atto di devozione alla cultura indigena. Purtroppo però parte del mondo attuale risulta sventrato di contenuti e ignora cosa ci sia dietro la tua sensualità. Oggi predomina l’idea della sensualità connessa alla volgarità, ad un’abbondanza delle forme che però quasi mai coincide con altrettanti contenuti cognitivi. La sensualità invece, come tu insegni, è accettazione delle proprie imperfezioni ed è cura dei singoli difetti. Consiste nel vivere liberamente il proprio corpo. Conoscerlo. Esplorarlo. Giocare con esso. La consapevolezza della propria femminilità (in base a quanto sosteneva Jacque Lacan) consiste nell’accettazione della mancanza dell’elemento fallico e quindi in una condizione di libertà che tale “deficienza” può comportare. La donna non ha nulla di se che fuoriesce all’esterno e quindi per comprenderla bisogna imparare a decifrare i meandri della sua mente e scavare nelle parti intime del suo corpo. É questo che la rende una creatura estremamente affascinante. Invece oggi vestiamo male questa femminilità e tutto diventa motivo di sfida con il genere maschile. Siamo tutte travolte da un isterismo di massa, dove l’uomo da un lato, ci appare centrale in quanto detentore assoluto del potere di farci sentire desiderabili, dall’altro, meritevole di rimprovero e di punizione perché ritenuto, erroneamente, capace di desiderare unicamente il nostro corpo.
Vorrei che le donne di domani e quelle di oggi, in particolare la categoria delle “selfieste compulsive”, imparassero da te il culto della femminilità e l’arte della sensualità. Vorrei che fosse insegnato loro ad alleggerire, ad avere dei desideri, ad ironizzare sui propri difetti fisici. Vorrei che ereditassero da te la tua devozione per la tradizione ed il coraggio per non cedere all’immobilismo. Mi piacerebbe apprendessero che la sensualità è ricerca, è costruzione mentale e scoperta connessa ontologicamente all’originalità e all’unicità.
Desidererei verificassero che la sensualità diventa seduttiva (ovvero “capace di portar via”) se impregnata di passione, di gioia e di ironia.
Vorrei che sapessero che anche senza le dita di un piede e con le protesi si può essere estremamente sensuali e diventare Frida Kahlo.
Hai squarciato il mio immaginario e rivoluzionato la mia anima. Tu e la tua terra mi avete cambiato profondamente e radicalmente.
¡Viva la vida!

Ciao Frida

Mariagrazia Passamano

 

A Giulia

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Elena Frontero, Le civettine, 2015 Acquaforte

(LETTERA AD UNA PICCOLA DONNA)

Essere donna é complesso. É complesso soprattutto quando lo si vuole essere davvero. Autenticamente. Assolutisticamente. Ti racconteranno che non sei niente senza un uomo. Ti diranno che dovrai essere necessariamente moglie e madre per meritare di appartenere a questa vita. Ti paragoneranno continuamente  alle donne che hanno fatto del matrimonio la loro medaglia d’oro. Ti imploreranno di godere ma al contempo ti insegneranno che raggiungere e pretendere l’amplesso è segno di tracotanza. Dovrai andare d’accordo con le altre donne anche se stolte ed impaurite, perché altrimenti ti definiranno competitiva e nemica delle creature a te simili. Ti diranno da che punto guardare il mondo, cosa mangiare, cosa bere, quali Jeans indossare, dove andare in vacanza e quando è il momento di ridere perché ti racconteranno che le donne che ridono troppo sono futili e “donnine”. E ancora ti diranno che inseguire con tenacia un sogno sia sostanzialmente un lavoro da uomo. Tu fottitene. Tu leggi. Balla. Sogna. Sbaglia. Ascolta tanta musica, soprattutto la musica classica. Cadi e rialzati infinite ed innumerevoli volte. Sii il lampo che squarcia il cielo. Sii luce improvvisa ed imprevedibile. Ricorda: tu sei infinito. Ti potranno additare come pazza ma il mondo, rammenta, è salvo grazie alla follia. Sii insaziabile di conoscenza. Sii perseverante nella coscienza di te stessa. Studia la filosofia. Incontrerai uomini piccoli che cercheranno di portarti a loro livello e uomini grandi ed immensi che ti insegneranno il coraggio e l’amore. Ci saranno tramonti che ti soffocheranno e albe talmente belle che illumineranno per sempre il tuo cammino. Essere donna è difficile. Essere donna significa vedere oltre, sempre. A noi appartiene il sacrificio di non rassegnazione, di evoluzione, di autoconservazione. Una donna che trasgredisce la sua legge interiore sbaglia due volte: contro se stessa e contro l’ordine naturale del cosmo. Ieri notte guardavo le tue spalle mentre ti stringevo forte e pensavo a quanto la tua sola esistenza mi abbia permesso di essere infinitamente migliore. Sii donna. Sii sempre indomita. Sii libera. Segui con ferocia i tuoi sogni anche quando arriverà il buio e sentirai di non essere più nessuno. Sii il miracolo inatteso di tutti i tuoi giorni.

Mariagrazia Passamano