“Sono nata il 21 a primavera…”

Per celebrare la Giornata mondiale della poesia ho scelto di omaggiare colei che nacque proprio “il 21 a Primavera”, Alda Merini, con una delle sue poesie più belle: La fuga. Un monologo dolce e disperato rivolto dalla poetessa dei Navigli al suo Dio, un negoziato d’amore, la “preghiera” di una figlia diretta al Padre. Un appello a quel Dio “che deve essere una scelta, un tocco come di pianoforte, di musica” , che “è libertà assoluta, non disonore” e al quale la Merini chiederà continue “concessioni di grazia”, in un valzer di litigioso amore, in un rito di capricci, follia, premura, devozione, fughe e ritorni. “La fuga” nasce dalla necessità di evadere dalla perfezione, di vivere quella follia che “ha il cuore di donna” e quegli “amori distruttivi come catastrofi”, e si tramuta nel bisogno, quasi consolatorio, di sentirsi fragile, pavida, UMANA.
Una poesia intrisa di fragilità e di bagliori di luce, potente e soave, dove emerge l’animo “stanco” di quella “donna non addomesticabile”, che durante la fuga, si ferma “in un angolo di strada” ad aspettare che il suo Dio passi.
Donna e poetessa immensa, Alda Merini, che ci auguriamo vivamente possa finalmente essere inserita tra le Indicazioni nazionali per i Licei insieme ad altre poetesse e scrittrici straordinarie e a tutti gli autori nati al sud di Roma.

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Alda Merini

Lasciami alle mie notti

ed ai miei benefici di peccato,

lasciami nell’errore

se decantarmi è compito di Dio.

So che mi assolverai dalle mie

pene

ma ora lasciami  umana

col cuore roso dalla mia paura,

quando sarò bassorilievo

al tempo

della tua eternità non avrò fronti

contro cui capovolgere la faccia

Alda Merini, La Fuga

*Vedi anche https://www.piueconomia.com/2018/03/21/la-giornata-mondiale-della-poesia-nel-segno-di-alda-merini/

 

Il diritto alla felicità

per non perdersi mai

Il Formicoso, Gennaio 2018

Cinque anni fa, nel 2012, le Nazioni Unite hanno individuato 6 indici fondamentali per definire il grado di felicità dei cittadini di un Paese: Pil procapite, aspettativa di vita, libertà, generosità, sostegno sociale e assenza di corruzione; dunque sarebbero questi i criteri di valutazione della nostra felicità e il World Happiness Report 2017 – pubblicato dal Sustainable Development Solutions Network– posiziona l’Italia solo al 48° posto. Ciò che noi, attraverso l’Associazione “GiovanIrpinia”, rivendichiamo è proprio questo: la possibilità di realizzare questo diritto alla felicità, alla scelta, e dunque chiediamo la rimozione di quegli ostacoli che si sostanziano nell’impossibilità di vivere la nostra terra, nella disoccupazione, nella corruzione, nella conseguenza drammatica dello spopolamento delle aeree interne, nel non poter costruire un futuro qua dove siamo nati e di non poter contribuire alla crescita del nostro Paese grazie alle nostre competenze e al nostro lavoro. La crisi attuale, per come si sta evolvendo, oltre ad avere drammatici effetti immediati rischia di compromettere il futuro economico del nostro paese, con conseguenze anche maggiori nel medio termine. A risentirne di questa condizione corrente non è solo l’economia ma tutta la vita sociale del Paese, con probabili effetti di ritorno sull’economia stessa. Inoltre va osservato che l’elevata disoccupazione giovanile ha ripercussioni profonde sulla struttura della comunità e sulle stesse abitudini di vita degli italiani: ritarda l’uscita di casa dei giovani, frena la costituzione di nuove famiglie, ritarda la procreazione e abbassa il numero dei figli. Emblematica appare una vecchia storiellina – raccontata verso la fine del Suo discorso sulla Costituzione il 26 gennaio 1955 da Piero Calamandrei – “Vi erano due emigranti, due contadini, che attraversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Invece questo “piroscafo” è nostro, è di tutti noi, e siamo sempre più persuasi del fatto che il Mezzogiorno – così come il resto del Paese – non possa salvarsi con il sacrificio di pochi, ma solo con il contributo di tutti e soprattutto con il sostegno reale ed incisivo della classe politica. Ed è per questo che noi di “GiovanIrpinia” vi chiediamo di non girarvi dall’altra parte. Rimaniamo aggrappati ad un sogno che si intreccia con le speranze dei nostri Padri e che continua a camminare sulle nostre gambe, e che si sostanzia nell’idea di rinascita. Vorremmo pertanto che l’Italia: garantisse ai giovani un futuro nel nostro Paese; permettesse ai giovani di realizzare qui i propri sogni; aiutasse i giovani a contribuire al bene comune della Nazione; promuovesse tutte le azioni utili per una piena valorizzazione dei giovani; ponesse un freno al continuo spopolamento delle aree interne, che causa l’accentramento di milioni di persone in poche e invivibili aree metropolitane; ponesse al primo posto nell’agenda politica nazionale ed europea la questione giovanile; garantisse la dignità e il diritto al lavoro a tutti.

Mariagrazia Passamano

*Lettera pubblicata su  http://www.orticalab.it/Il-piroscafo-Sud-e-nostro-il e  letta in occasione  dell’ incontro tra gli studenti del “De Sanctis” di Sant’Angelo dei Lombardi (AV) e il Professore Claudio De Vincenti .
**per maggiori informazioni sull’Associazione GIOVANIRPINIA scrivete a https://www.facebook.com/GiovanIrpinia/?ref=br_rs

 

 

 

    Potrebbe trattarsi di ali

Potrebbe trattarsi di ali (L’Iguana Editrice) della scrittrice Emilia Bersabea Cirillo è una raccolta di racconti caratterizzati da alcuni tratti comuni come quello della solitudine, dell’assenza di Dio, dell’esistenza imperniata sull’abitudine e della negazione del rischio. Sono sette storie di “corpi che resistono”, legate tra loro da un filo rosso ovvero dal concetto di rinascita, rappresentato metaforicamente dalle ali. Le ali come immagine della possibilità di riscatto, come alternativa, come bisogno di reagire a una vita contraddistinta da un rigido e ineluttabile fatalismo; un’esortazione alla speranza che come in Emily Dickinson assume proprio la fattezza di ali e che “dimora nell’anima e canta la melodia senza parole”.l'iguana editrice

Narrazioni incentrate su storie di donne, costruite su una pluralità di voci, ciascuna con il proprio spazio e la propria dignità: donne sole, rassegnate a una severità implacabile e all’assenza di desiderio – come nel caso di Colomba; donne ridotte a meri oggetti inanimati e desoggetivizzati – ed è la storia della soul doll Rebecca; e ancora donne “sufflè” e “fuori misura” – come per Agnese; donne che scrutano, che indagano le storie nelle storie, capaci di cogliere il lato più intimo e personale dell’esistenza altrui – Giovanna nel Come si fa a dire se; quelle tra cambiamenti e compimenti irrealizzati, deteriorate in un involucro ricoperto di polvere – come Laura; e ancora donne rivestite da una “corazza di gelo” rassegnate alla sopravvivenza in seguito al lancinante dolore dovuto alla perdita di una figlia – la storia di Norma; infine quelle che tentano nel preludio della fine di ricongiungersi con una parte di se stesse – il personaggio di Anna.
I racconti sono ambientati quasi tutti ad Avellino, ma anche a Napoli e Licosa e non mancano rinvii a Paesi lontani come la Nuova Zelanda e il Canada. Alcuni di questi luoghi però, sebbene descritti nel dettaglio, restano solo sullo sfondo, non vanno a caratterizzare, a particolarizzare la vita delle protagoniste e a confinare in un’aerea geopolitica le ansie, le solitudini, i vuoti dei personaggi che appaiono pertanto testimoni di sofferenze universali.
Lo stile, che è sempre prezioso anche quando riveste panni più umili, è caratterizzato da una prosa nitida, attraversata da fili diversi, che si tessono in una articolata descrizione della realtà.
L’autrice mantiene un distacco dai suoi personaggi, non interviene all’interno del testo per pilotare le coscienze dei protagonisti. Ogni personaggio rappresenta in qualche modo un’idea, un’ossessione, un mondo di solitudine, ideologicamente autonomo, indipendente dalla visione della scrittrice, che non fa altro che seguirne il naturale sviluppo senza piegarne la psicologia alle esigenze di trama.
Emilia Bersabea Cirillo adotta una tecnica narrativa per cui il carattere dei personaggi emerge dai dialoghi e dalle azioni, e altresì dalle sue accurate descrizioni che però sono ben lontane dal configurare un punto di vista espositivo onnisciente.
La narrazione degli accadimenti, con l’esclusione di ogni intervento giudicante dall’esterno, non conduce però all’annullamento di ogni rapporto critico tra l’autrice e i fatti narrati, invero pur non dando vita ad un gioco di primi piani e di punti di vista, più volte coglie l’occasione per intervenire, ad ammonire in alcuni casi e a condannare determinate condotte in altri – “esalto il corpo, unico valore di questo mondo sciatto”. Mentre il tono diventa amaro e malinconico quando fa cenno alla difficile situazione irpina – “il lavoro è una fata morgana in un deserto assolato”.
Non mancano inoltre cenni alla scrittura intesa come arte ed elogi più o meno velati a scrittrici come Alice Munro e Jane Austen.
Ed è proprio dall’ultimo capolavoro di quest’ultima – Persuasione – che Emilia Bersabea Cirillo sembra mutuare il racconto del passaggio da una donna passiva ad una soggetto agente, e altresì l’impatto fisico con le passioni: si concede al linguaggio del corpo aprendo la sua scrittura a delle immagini fisiche; il libro infatti presenta, soprattutto nel primo racconto e nel secondo, chiari e precisi riferimenti erotici-sensuali.
Nelle realtà conflittuali, e a volte quasi paradossali quali sono quelli in cui la scrittrice colloca i suoi personaggi, l’evoluzione di ciascuna donna consiste nella capacità di partecipare al cambiamento appoggiandosi a un’altra donna, ed è difficile non vedere in questo la proiezione del desiderio di maggiore fraternità o unione del genere femminile da parte dell’autrice. In questi racconti dai finali volutamente irrisolti, l’incontro con le altre donne costituisce l’unica condizione di superamento dell’assurdo, inteso come un rapporto che si stabilisce tra chi chiede, interroga e il mondo irrazionale che resta sordo a questo richiamo; emblematica appare in tal senso soprattutto l’ultima parte della storia di Laura, dove la voce della sua amica Bianca le consente di riemergere, di ricominciare e di abbandonare quel corpo appesantito e rannicchiato in un involucro che le impediva di distendere le ali e di sfidare i propri limiti – “andò a fondo, troppo, era buio che toglieva il respiro. Scattò con le reni, si diede una spinta con gesti ampi delle braccia e finalmente intravide il bagliore dei fari. Sentì la voce di Bianca che la chiamava. Diede un altro colpo di reni  e arrivò a pelo d’acqua. Era là che l’aspettava la luce”.

         Mariagrazia Passamano     

Questa recensione è stata pubblicata su Exlibris20  http://www.exlibris20.it/racconti-di-emilia-bersabea-cirillo/.

 

Cartoline dal mondo

Barcelona: i giorni della rivolta

Da alcune pagine del mio diario…
1 ottobre 2017
…dalla mia camera si sentono i rumori incessanti degli elicotteri che volano su Barcellona, fuori dalla finestra, invece, è ricominciata la rivolta delle scodelle. Urlano in coro “volem votar”; osservo attonita, mi sento inerme, lontana, straniera eppure incomprensibilmente risucchiata e affascinata da questa folle furia indipendentista…

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“Perché lungo il perire dei tempi l’alba è nuova, è nuova”.

«Se si è toccato il fondo, non si può scendere ancora sotto. Restare giù sarebbe la morte, che nessuno vuole. Quale che sia il genere letterario, una cosa è chiara a tutti: a tutti gli italiani toccherà lottare per risalire e stavolta per risalire non significa andare al Nord. Per staccarsi dal fondo, bisognerà puntare i piedi a Sud»

Walter Pedullà, Il mondo visto da sotto

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“Oh, il Sud è stanco di trascinare morti/ in riva alle paludi di malaria, /è stanco di solitudine, stanco di catene”. Questi alcuni versi della struggente poesia “Lamento per il sud” di Salvatore Quasimodo, uno dei padri dell’ermetismo e vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1959. Eppure l’opera di Quasimodo, al pari di altri autori meridionali, non compare nell’olimpo della “letteratura vera”, nel pantheon delle figure di rilievo selezionate dal Ministero della Pubblica istruzione per i programmi scolastici (per i Licei). Ebbene sì, lo scrittore siciliano appartiene anch’egli all’esercito degli scartati, degli esclusi, dei senza gloria, di coloro che sono confinati nel “ghetto” a sud di Roma, come rappresentanti di un’espressività meramente regionale. I clandestini della letteratura italiana, gli invisibili, i Cancellati.

Nel 2010 infatti, nel silenzio generale, una commissione di “esperti” nominata dall’allora Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini stilò il documento “Schema di regolamento recante “Indicazioni nazionali riguardanti gli obiettivi specifici di apprendimento concernenti le attività e gli insegnamenti compresi nei piani degli studi previsti per i percorsi liceali di cui all’art. 10, comma 3, del D.p.R. 15 marzo 2010”. Orbene, le anzidette “indicazioni nazionali” elencano 17 autori, ritenuti “non eludibili” e “decisivi”, ma tra questi non compare nessun meridionale – eccetto Verga e Pirandello – ed una sola donna, Elsa Morante.

Ad accorgersi per primi del misfatto furono due intellettuali irpini – del Centro di documentazione sulla poesia del sud – Paolo Saggese e Peppino Iuliano, i quali da quasi otto anni portano avanti con ostinata una doverosa battaglia contro questa assai discutibile selezione ministeriale. I suddetti, insieme ad Alessandro Di Napoli, Alfonso Nannariello e Raffaella Sella, hanno dedicato alla questione due opere – “Faremo un giorno una carta poetica del sud ”, con la prefazione di Alessandro Quasimodo e “Faremo un giorno una carta poetica del sud (2)” con la Prefazione di Paolo di Stefano – che raccontano diffusamente questa vicenda politico-culturale.
Ed è proprio a Paolo Saggese, direttore scientifico del Centro di documentazione sulla poesia del sud, che abbiamo chiesto di riassumere ogni singolo passaggio di questo processo di rimozione culturale, con il tentativo di individuare e comprendere le possibili cause o concause che hanno determinato la vergognosa esclusione degli autori meridionali.*

È un combattente nato, Paolo Saggese, un utopista, un “operaio di sogni”, un custode della cultura meridionale, un “rivoluzionario gentile”. Bacchetta gli intellettuali che nel tempo sono stati capaci di dare espressione solo alle ombre, senza mai sottolineare, anche, la luce del meridione, contribuendo indirettamente all’operazione di coloro che stanno tentando di effettuare, come scrive Paolo Di Stefano, una vera e propria opera di “rimozione” della Terronia dalla cultura italiana. “Dobbiamo liberarci dal senso di minorità”, dice, con una sfumatura di amarezza.

 

Mariagrazia Passamano

*L’intervista integrale a Paolo Saggese la troverete su “Più Economia”, con il titolo, Saggese e la poesia dimenticata: il Sud rialzi la testa

“La caduta”

“Ah, caro mio, per chi è solo senza Dio né padrone, il peso dei giorni è terribile. Perciò, visto che Dio non è più di moda, bisogna scegliersi un padrone”.

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Cadere e restare a terra, sospesi, nell’attesa, e con la consapevolezza nauseabonda che potrebbe non esservi alcuna risalita. Cadere, ed essere tutti più vicini alla colpevolezza, alla pena, al peso della mortalità, alla condanna. Siamo “i chiodi della crocifissione”. Coloro che ipocritamente si “arrampicano sulla croce solo per essere visti da lontano” Nessuno escluso, nessuno immune, una condanna corale. La caduta è l’esemplificazione della non redenzione. È la veglia funebre del nichilismo, è corrosione di ogni menzognera certezza, il funerale ufficiale dell’ipocrisia, il crollo della metafisica e preludio della rivolta.
“La Caduta” è un romanzo di Albert Camus scritto nel 1956. Il protagonista, Jean- Baptiste Clamence, è un avvocato parigino che lascia la capitale francese e il suo lavoro e si trasferisce ad Amsterdam, e fa del bar Mexico City il suo nuovo “studio”.
È un lungo monologo, la confessione di un “giudice penitente”, di “un falso profeta”, di un segmento sbiadito, opaco, spento.
Il protagonista sembrerà porre fine alla menzogna della sua vita, solo nel momento in cui “il demone” del sottosuolo arriverà a perseguitarlo, assumendo le fattezze di una risata, che lo tormenterà anche tra i canali di Amsterdam e che udrà a partire dall’istante in cui “qualcuno si gettò in quelle acque gelide”.
Eppure Clamence non conosce redenzione, il liberarsi dalla maschera non ha come conseguenza nessuna rinascita per lui. Così il suo urlo appare parzialmente rivoluzionario; torna indietro, come un eco, incapace di sfondare la parete della incomunicabilità, dell’indifferenza e della solitudine.
È dunque il racconto di un uomo impenitente, esiliato tra le mura della contraddizione tra il “diritto” alla vita – l’amore per essa – e il suo “rovescio”. Annegato nel mare di un godimento che nel momento in cui è smette di essere. La caduta è espressione di una vita inautentica, ipocrita, falsata, annebbiata. Induce il lettore a trovare una sua dimensione, oltre il dolore, oltre la noia, oltre l’agonia del puntare tutto sulla vanità e la Mensonge. È estraneità, assurdo ma non ancora rivolta. È critica, ma non unione, è espressione di quel Dio non rinvenibile “né più in soffitta né più in cantina”, ma “installato su un tribunale nel fondo di coloro che giudicano e picchiano, soprattutto in nome suo”.
Camus dissacra, disorienta, sconvolge. È pensatore scomodo, costringe il lettore alla riflessione, al senso di vuoto, lo pone dinanzi alla consapevolezza di un divorzio irrimediabile fra l’insopprimibile appetito umano di senso e l’irragionevole silenzio del mondo.
In questo quadro narrato con assoluta verosimiglianza Camus espone di nuovo il suo umanesimo pessimista, ma anche l’importanza degli affetti e dell’agire individuale. In questo contesto, l’uomo risulta incapace di portare avanti la sua battaglia sorda contro il mondo, e non vuole né la libertà né le relative sentenze.
L’autore, però, vorrebbe convincere l’individuo ad abitare la propria libertà, a preservare l’essere nella sua permanenza e determinatezza e lo fa scaraventandolo giù dal precipizio del nichilismo.
Non si può più tornare indietro ed indossare gli abiti di ciò che eravamo, dopo “ la Caduta”, dopo essere stati schiaffeggiati dalle parole di Camus, e dalle struggenti sensazioni di questa opera che come una spina è in grado di conficcarsi nel cuore del lettore. Restituisce una nuova consapevolezza, lascia tutti in sospeso, educando a quell’inciso,“Piuttosto morire in piedi che vivere in ginocchio», che segnerà la rivolta.

Mariagrazia Passamano

 

Luci

FOTO DI SEBRAN D’ARGENT

Mi nutro di solitudine, mi cibo di provvisorietà, di indefinito, del senso vertiginoso che scaturisce dall’ignoto, dal procedere per tentativi. La vita mi sbeffeggia e mi ributta continuamente nell’assurdo, nel rullo del caso. Mi mostra continui lati liquidi che fuoriescono dalla mia maschera rigida, mentre ombre danzanti e luci filtrate scandiscono il lento avanzare degli eventi.​

Il supremo valore della gentilezza

Le parole gentili non costano nulla. Non irritano mai la lingua o le labbra. Rendono le altre persone di buon umore. Proiettano la loro stessa immagine sulle anime delle persone, ed è una bella immagine.
(Blaise Pascal)

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Poco dopo la morte del grande Nelson Mandela, mi è stato regalato il libro “Mandela, ritratto di un sognatore” di John Carlin, il quale ha avuto la possibilità unica di incontrarlo più volte nel Sudafrica post-apartheid, negli anni cruciali – dal 1990 al 1995 – in cui Mandela da una parte ha dovuto fronteggiare ostacoli terribili, ma dall’altra ha raccolto i suoi più grandi successi. Come corrispondente dal Paese africano, Carlin ha raccontato non solo il lato ufficiale-istituzionale del Madiba, ma anche quello umano, la sua solitudine, le sue tante battaglie e ciò che mi ha colpito più è la frase che chiude il libro: “grazie anche, come sempre, a Sue Edelstein e a mio figlio James Nelson Carlin, che spero leggerà questo libro un giorno e imparerà dal suo immortale omonimo il supremo valore della gentilezza”.

Ciò che il giornalista inglese ricorda di più di Nelson Mandela è dunque la sua gentilezza, la sua capacità di essere sempre affabile e cordiale con tutti. Secondo John Carlin è stato anche un lato vincente del presidente africano, poiché con i suoi modi cauti e gentili riusciva a calmare i suoi interlocutori, e spesso anche i suoi nemici politici, a dare loro la sensazione di essere accolti, compresi, rispettati. 
La gentilezza è un valore supremo ma rappresenta anche, senza alcun dubbio, l’unica probabile chiave d’accesso alle altre persone, un ponte tra due universi, la possibilità di stabilire un incontro, un modo per valorizzare l’altro, restituendogli una percezione cortese del mondo. Non è solo cortesia però, la gentilezza è qualcosa di più profondo, è un esercizio costante alla positività, alla possibilità, ad un senso di fiducia nella vita, è un pensiero rivolto al bene che diventa atto rigenerante, speranza, opportunità salvifica.

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Foto di Elliot Erwitt, Cuba

Viaggiando sempre con valigie pesantissime ho costatato che sono state pochissime, in giro per il mondo, le volte in cui qualcuno mi abbia aiutato ad alzare i miei bauli con le rotelle. E questo mi ha fatto riflettere sulla scarsa importanza che diamo al valore della gentilezza. Alzarsi per cedere il proprio posto ad un anziano non è buonismo, ma un gesto affascinante, di grande potenza e bellezza. Aiutare qualcuno che si è perso indicandogli la strada non è una perdita di tempo è una terapia che fa bene all’anima. I tedeschi per definire la parola gentilezza usano il vocabolo Freundlichkeit, amichevolezza (cordialità) e anche Liebenswürdigkeit con l’accentuazione del significato di amore. Mi piacciono molto questi vocaboli, perché non si può immaginare gentilezza senza amore inteso come filía appunto. È gentile colui che è capace di pensieri cordiali, amicali, di accoglienza e di premura. Arthur Schopenhauer , a proposito della cordialità e bontà, affermava: “il carattere buono [… ]vive in un mondo esterno omogeneo alla sua natura: per lui gli altri non sono un non-io, bensì io-un’altra volta. Perciò il rapporto originario tra lui e ogni altro è amichevole: egli si sente intimamente affine a tutti gli esseri, prende parte diretta al loro bene e al loro male e fiduciosamente presuppone in loro la medesima partecipazione”. L’altro come l’estensione del proprio io, e come proiezione della propria bontà secondo il filosofo tedesco dunque. Potesse la gentilezza concretizzarsi in un gesto, questo sarebbe una carezza, un gesto di tensione verso l’altro, un gesto che fa da mezzo, da incontro appunto. Il contrario della gentilezza non è lo schiaffo, è un non gesto, un non facere, una resistenza, una riluttanza, la chiusura, un recinto senza uscita. È lo sguardo che non si posa sull’altro, incapace di risalire le mura dell’individualismo, della mediocrità e dell’ autoreferenzialità. La gentilezza ha quindi come presupposto essenziale l’apertura, la fiducia, la forza, il movimento, l’atto di creare, l’andare verso. L’assenza di essa è lo stato in luogo, un luogo fittizio perché senza l’altro noi non saremo altro che percezione non reale della nostra essenza.

La gentilezza mentale è dunque preliminare rispetto a quella gestuale, comportamentale  e anche a quella verbale. La persona gentile potrà essere istruita o meno, poco conta, penserà sempre con cura alle parole da usare, perché capace di comprendere la potenza tanto salvifica, quanto distruttrice delle stesse. La gentilezza fa da filtro anche nella scrittura, si può avere un tono ironico, sarcastico e anche polemico senza perdere il senso dell’armonia, dell’amabilità, di umanità .

Oggi giorno questo valore è anticonvenzionale, viene visto quasi con sospetto, è sinonimo di arrendevolezza, sentimentalismo, fragilità, mielosità, segno di debolezza. Un gesto gentile viene quasi interpretato come finalizzato, manipolativo, volto ad un obiettivo determinato. Ci si sente più, tragicamente, rassicurati dalla cattive maniere, dall’indifferenza, dall’arroganza, dalla violenza verbale, dalla rozzezza. L’assenza di gentilezza viene vissuta come manifestazione di potenza, di personalità, di carattere. E così stiamo morendo tutti di solitudine, rassegnati all’individualismo, alla superficialità, alla poca umanità, ai toni rigidi, polemici, chiusi, irrispettosi, ignorando gli effetti benefici della gentilezza sulla salute psicofisica e trascurando la  sua grande forza antidepressiva. In Italia nel 2000 è stato istituito un “Movimento italiano per la gentilezza” con l’obiettivo di diffondere la gentilezza tra i concittadini, insieme al senso civico e al rispetto delle regole, “nel quadro di una più armonica convivenza tra gli uomini”. Mentre in Giappone, precisamente a Tokyo, nel lontano 1988, è nata la giornata mondiale della gentilezza – che si festeggia il 13 novembre – grazie al Japan Small Kindess Movement.

Facciamo esercizi di bellezza: pratichiamo la gentilezza.

Mariagrazia Passamano

Tina Modotti: una vita “di troppa arte”

Tina Modotti

Tina Modotti, hermana, no duermes, no, no duermes:
tal vez tu corazón oye crecer la rosa
de ayer, la última rosa de ayer, la nueva rosa.
Descansa dulcemente, hermana.

La nueva rosa es tuya, la nueva tierra es tuya:
te has puesto un nuevo traje de semilla profunda
y tu suave silencio se llena de raíces.
No dormirás en vano, hermana.

Puro es tu dulce nombre, pura es tu frágil vida,
de abeja, sombra, fuego, nieve, silencio, espuma,
de acero, línea, polen, se construyó tu férrea,
tu delgada estructura.

El chacal de la alhaja de tu cuerpo dormido
aún asoma la pluma y el alma ensangrentadas
como si tú pudieras, hermana, levantarte,
sonriendo sobre el lodo.

A mi patria te llevo para que no te toquen,
a mi patria de nieve para que tu pureza
no llegue al asesino, ni al chacal, ni al vendido:
allí estarás tranquila.

¿Oyes un paso, un paso lleno de pasos, algo
grande desde la estepa, desde el Don, desde el frío?
¿Oyes un paso de soldado firme en la nieve?
Hermana, son tus pasos.

Ya pasarán un día por tu pequeña tumba,
antes de que las rosas de ayer se desbaraten;
ya pasarán a ver los de un día, mañana,
donde está ardiendo tu silencio.

Un mundo marcha al mundo donde tú ibas, hermana.
Avanzan cada día los cantos de tu boca
en la boca del pueblo glorioso que tú amabas.
Tu corazón valiente.

En las viejas cocinas de tu patria, en las rutas
polvorientas, algo se dice y pasa,
algo vuelve a la llama de tu adorado pueblo,
algo despierta y canta.

Son los tuyos, hermana: los que hoy dicen tu nombre,
los que de todas parte del agua, de la tierra,
con tu nombre otros nombres callamos y decimos.
Porque el fuego no muere.

Pablo Neruda

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Tina Modotti, Donna di Tehuantepec, 1928

Tante, troppe, le affinità tra me e questa artista straordinaria. L’amore per il Messico, la Russia e la Spagna, tre Stati vissuti intensamente da entrambe. E poi l’amore per la fotografia che diventa espressione onirica di una speranza, testimonianza di una realtà che si desidera intrappolare ed afferrare per personalizzarla, per stigmatizzarla; una forma di cannibalismo artistico, l’ossessione per la fotografia, che spinge l’osservatore a voler possedere ciò che il suo sguardo penetra e ad ingurgitare quel flusso vitale che non si può arrestare, che non si può placare. La fotografia però non fu mai vissuta dalla Modotti come una forma d’arte, infatti non era d’accordo quando le parole arte e artistico venivano usate in riferimento al suo lavoro, sosteneva:”mi considero una fotografa e niente di più”.

Una donna rivoluzionaria, bellissima, scomoda, una donna a cui l’Italia, ancora oggi, non accenna ad abituarsi. L’Italia delle ombrelline, delle veline, delle letterine, non può essere in grado di buttar giù una donna che non accetta di essere oggetto, mero feticcio, scarto. Non può accettare il nudo di una donna libera, ma ipocritamente,  è capace di idolatrare la nudità finalizzata e strumentalizzata.
Tina Modotti nasce a Udine il 17 agosto 1896 nel popolare Borgo Pracchiuso, da famiglia operaia aderente al socialismo di fine Ottocento. Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, lasciandosi alle spalle un’adolescenza da dimenticare. In America, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy. Durante una visita all’Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si sposa nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l’arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali liberali.
Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger’s Coat, per la regia di Roy Clement e, in questo periodo incontra Edward Weston, sarà lui a cambiarle per sempre la vita. Tina si appassiona alla tecnica fotografica, posa per l’artista, e intanto osserva, studia e fa suoi gli insegnamenti di Weston.
Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo la affascinerà. Alla fine dell’anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che sarà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.
A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston si rincontrano e decidono di vivere liberamente la loro storia. Arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. La Modotti ebbe modo, in questo periodo, di conoscere diversi esponenti dell’ala radicale del comunismo, e la pittrice Frida Kahlo. Indelebile rimarrà la sua mostra che venne venne pubblicizzata come “La prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”: fu l’apice della sua carriera di fotografa. All’incirca un anno dopo, fu costretta a lasciare la macchina fotografica dopo l’espulsione dal Messico, a parte poche eccezioni, non scattò più fotografie nei dodici anni che le rimanevano da vivere.
Esiliata dalla sua patria adottiva, per un periodo la Modotti viaggiò in giro per l’Europa per poi stabilirsi a Mosca, in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, che la utilizzò per varie missioni in Francia ed Europa orientale e successivamente si trasferì in Spagna nel periodo della guerra civile del 1936. In seguito lasciò la Spagna, per tornare in Messico sotto falso nome, dove morì nel 1942, forse colpita da un infarto in taxi mentre tornava a casa, anche se la stampa scandalistica messicana ipotizzò un avvelenamento da parte dell’amante Vidali, che avrebbe pianificato l’omicidio a causa dei numerosi segreti condivisi con l’artista.

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Frida Kahlo e Tina Modotti, Mexico 1928

Una donna che ha amato Mosca, la Spagna ma soprattutto Frida Kahlo e il Messico nascosto e oscuro degli indigeni; il Messico che come le sirene di Ulisse, non concede più pace ai suoi naviganti, ai suoi tanti amanti e ancor meno ai suoi esiliati. Immagino le due donne camminare lente tra la polvere delle strade di Coyoacan, sento il suono delle loro risate, il peso dei loro pensieri. Entrambe morte in Messico a 12 anni di distanza, donne sventurate ed immortali, coraggiose, anticonvenzionali nonostante il loro profondo legame con le tradizioni dei popoli. Pittrice una e fotografa l’altra, forse amanti, forse no, sicuramente però creature complici e rivoluzionarie. 
Rimane la loro energia di donne in rivolta, ma forse più di tutto la loro esistenza mai sprecata, folle di donne libere ed indomite, fin troppo moderne anche per i nostri tempi, caratterizzati ancora da un logica arrugginita di femminismo malato e di maschilismo pervasivo.

Rimane il ricordo di questa donna eccezionale, e della sua esistenza vissuta “con  troppa arte”, ma, contrariamente a quanto da Lei sostenuto, rimane anche la sua arte; rimane il suo nome, con il quale “altri nomi taciamo e diciamo  perché non muore il fuoco”.

Mariagrazia Passamano

 

 

Lo straniero

Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
– Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
– La patria?
– Non so sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, dea e immortale.
– L’oro?
– Lo odio come voi odiate Dio.
– Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
– Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!
(Charles Baudelaire, Lo straniero)

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Foto di Josef Koudelka

Straniero: parola a me cara. Sul mio documento d’identità alla voce segni particolari avrei dovuto chiedere di aggiungere la connotazione di straniera. É un tratto caratterizzante la mia persona da sempre. La mia condizione richiama quella dell’esule, della persona in eterno moto, di Medea. Sono nata straniera, in terra straniera, da genitori stranieri. O meglio sono nata forestiera. Anche nel mio amato paese, ero quella che “veniva da fuori”, e poco contava che mia madre fosse di un paese vicino e mio padre comunque campano. Il mio sangue era misto, non vantavo origini pure, i miei avi erano anche loro discendenti dei sanniti, ma non contava, perché basta un nulla, un elemento difforme, non corrispondente, mancante, per essere considerato “straniero”, ovvero diverso, estraneo, strano. Strano, perchè in fondo l’elemento della stranezza è la lettera scarlatta dello straniero, basti pensare alle coppie corrispondenti di termini straniero/strano in italiano, ètranger/étrange in francese, stranger/strange in inglese, fremder/fremd in tedesco. Lo straniero rappresenta, rispetto alla massa, un elemento di “non ordinarietà”, di singolarità. Ma non ordinario, estraneo in relazione a chi o a cosa? Straniero rispetto a quale metro di paragone?
Lo straniero è colui che si imbatte contro un ordine precostituito di consuetudini, di convincimenti e talvolta di pregiudizi. È l’elemento di diversificazione rispetto all’ovvio, al comprovato. È l’ascia che va a lesionare il muro del nichilismo pervasivo delle comunità fondate sull’abitudine. Lo straniero è il silenzio in mezzo al frastuono, può rifugiarsi nei boschi come il personaggio shakespeariano di Ermia per evitare i severi ed ingiusti ordini del padre, oppure arrivare dal mare come Odisseo. È l’osservatore “barbaro” che può alterare e guastare il nostro assetto politico e sociale. È colui che è fuoriuscito dal coro, dal gruppo dei pari, è il pentito, il condannato e l’esiliato. É colui che si sente forestiero in un corpo che non riesce ad abitare, è l’uomo che puzza agli angoli delle strade, un pazzo qualsiasi del mio paese che errante si aggira tra gli antichi ruderi di una realtà altra, incapace di distinguere tra ciò che è dentro e ciò che è fuori il suo delirio. Si può essere stranieri rispetto all’esistenza, alla felicità, alla verità, alla pace. L’errore più grande è forse quello di pensare di non esserlo, è la ricerca dell’omologazione e la rinuncia alla multiformità. L’incubo è quello di provare orrore rispetto alla propria condizione di “forestiero”, di creatura transeunte e “meticcia”, buttata qui per caso, con un destino ignoto ed un’origine ancora più incerta. Per brevi tratti ci troveremo a condividere con altre genti lo stesso destino, camminare sullo stesso suolo, parlare la stessa lingua, e tutto questo ci aiuterà a sentirci meno soli, a sentirci parti di un tutto, di viverci come “cittadini”; è un modo per percepire meno vicina l’ora in cui tutto finirà e per impreziosire lo svolgimento, la narrazione, il viaggio. In questo sputo chiamato vita, in questa parentesi incerta tra il morire e il dormire rimaniamo tutti in attesa, preservando la speranza di imbatterci come Odisseo in Nausicaa, in colei che non fugge, che rimane immobile, tranquilla dinanzi allo sconosciuto sporco di salsedine ed in colei capace di contenere e di accogliere l’urlo di sgomento dell’errante.

Mariagrazia Passamano