Tina Modotti: una vita “di troppa arte”

Tina Modotti

Tina Modotti, hermana, no duermes, no, no duermes:
tal vez tu corazón oye crecer la rosa
de ayer, la última rosa de ayer, la nueva rosa.
Descansa dulcemente, hermana.
La nueva rosa es tuya, la nueva tierra es tuya:
te has puesto un nuevo traje de semilla profunda
y tu suave silencio se llena de raíces.
No dormirás en vano, hermana.
Puro es tu dulce nombre, pura es tu frágil vida,
de abeja, sombra, fuego, nieve, silencio, espuma,
de acero, línea, polen, se construyó tu férrea,
tu delgada estructura.
El chacal de la alhaja de tu cuerpo dormido
aún asoma la pluma y el alma ensangrentadas
como si tú pudieras, hermana, levantarte,
sonriendo sobre el lodo.
A mi patria te llevo para que no te toquen,
a mi patria de nieve para que tu pureza
no llegue al asesino, ni al chacal, ni al vendido:
allí estarás tranquila.
¿Oyes un paso, un paso lleno de pasos, algo
grande desde la estepa, desde el Don, desde el frío?
¿Oyes un paso de soldado firme en la nieve?
Hermana, son tus pasos.
Ya pasarán un día por tu pequeña tumba,
antes de que las rosas de ayer se desbaraten;
ya pasarán a ver los de un día, mañana,
donde está ardiendo tu silencio.
Un mundo marcha al mundo donde tú ibas, hermana.
Avanzan cada día los cantos de tu boca
en la boca del pueblo glorioso que tú amabas.
Tu corazón valiente.
En las viejas cocinas de tu patria, en las rutas
polvorientas, algo se dice y pasa,
algo vuelve a la llama de tu adorado pueblo,
algo despierta y canta.
Son los tuyos, hermana: los que hoy dicen tu nombre,
los que de todas parte del agua, de la tierra,
con tu nombre otros nombres callamos y decimos.
Porque el fuego no muere.

Pablo Neruda

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Tina Modotti, Donna di Tehuantepec, 1928

Tante, troppe, le affinità tra me e questa artista straordinaria. L’amore per il Messico, la Russia e la Spagna, tre Stati vissuti intensamente da entrambe. E poi l’amore per la fotografia che diventa espressione onirica di una speranza, testimonianza di una realtà che si desidera intrappolare ed afferrare per personalizzarla, per stigmatizzarla; una forma di cannibalismo artistico, l’ossessione per la fotografia, che spinge l’osservatore a voler possedere ciò che il suo sguardo penetra e ad ingurgitare quel flusso vitale che non si può arrestare, che non si può placare.

La fotografia però non fu mai vissuta dalla Modotti come una forma d’arte, infatti non era d’accordo quando le parole arte e artistico venivano usate in riferimento al suo lavoro, sosteneva:”mi considero una fotografa e niente di più”.

Una donna rivoluzionaria, bellissima, scomoda, una donna a cui l’Italia, ancora oggi, non accenna ad abituarsi. L’Italia delle ombrelline, delle veline, delle letterine, non può essere in grado di buttar giù una donna che non accetta di essere oggetto, mero feticcio, scarto. Non può accettare il nudo di una donna libera, ma ipocritamente, è capace di idolatrare la nudità finalizzata e strumentalizzata.
Tina Modotti nasce a Udine il 17 agosto 1896 nel popolare Borgo Pracchiuso, da famiglia operaia aderente al socialismo di fine Ottocento. Il padre decide di partire per gli Stati Uniti, presto raggiunto da quasi tutta la famiglia. Tina arriva a San Francisco nel 1913, lasciandosi alle spalle un’adolescenza da dimenticare. In America, frequenta le mostre, segue le manifestazioni teatrali e recita nelle filodrammatiche della Little Italy. Durante una visita all’Esposizione Internazionale Panama-Pacific conosce il poeta e pittore Roubaix del’Abrie Richey, dagli amici chiamato Robo, con cui si sposa nel 1917 e si trasferisce a Los Angeles. Entrambi amano l’arte e la poesia, dipingono tessuti con la tecnica del batik; la loro casa diventa un luogo d’incontro per artisti e intellettuali liberali.
Tina nel 1920 si trova a Hollywood: interpreta The Tiger’s Coat, per la regia di Roy Clement e, in questo periodo incontra Edward Weston, sarà lui a cambiarle per sempre la vita. Tina si appassiona alla tecnica fotografica, posa per l’artista, e intanto osserva, studia e fa suoi gli insegnamenti di Weston.
Il 9 febbraio 1922 Robo muore di vaiolo durante un viaggio in Messico. Tina arriva in tempo per i funerali e scopre, in questa triste occasione, un paese che a lungo la affascinerà. Alla fine dell’anno scrive un omaggio biografico in ricordo del compagno, che sarà pubblicato nella raccolta di versi e prose The Book of Robo.
A fine luglio 1923 Tina Modotti e Edward Weston si rincontrano e decidono di vivere liberamente la loro storia. Arrivano in Messico, si stabiliscono per due mesi nel sobborgo di Tacubaja e, quindi, nella capitale. La Modotti ebbe modo, in questo periodo, di conoscere diversi esponenti dell’ala radicale del comunismo, e la pittrice Frida Kahlo. Indelebile rimarrà la sua mostra che venne venne pubblicizzata come “La prima mostra fotografica rivoluzionaria in Messico”: fu l’apice della sua carriera di fotografa. All’incirca un anno dopo, fu costretta a lasciare la macchina fotografica dopo l’espulsione dal Messico, a parte poche eccezioni, non scattò più fotografie nei dodici anni che le rimanevano da vivere.
Esiliata dalla sua patria adottiva, per un periodo la Modotti viaggiò in giro per l’Europa per poi stabilirsi a Mosca, in Russia, dove si unì alla polizia segreta sovietica, che la utilizzò per varie missioni in Francia ed Europa orientale e successivamente si trasferì in Spagna nel periodo della guerra civile del 1936. In seguito lasciò la Spagna, per tornare in Messico sotto falso nome, dove morì nel 1942, forse colpita da un infarto in taxi mentre tornava a casa, anche se la stampa scandalistica messicana ipotizzò un avvelenamento da parte dell’amante Vidali, che avrebbe pianificato l’omicidio a causa dei numerosi segreti condivisi con l’artista.

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Frida Kahlo e Tina Modotti, Mexico 1928

Una donna che ha amato Mosca, la Spagna ma soprattutto Frida Kahlo e il Messico nascosto e oscuro degli indigeni; il Messico che come le sirene di Ulisse, non concede più pace ai suoi naviganti, ai suoi tanti amanti e ancor meno ai suoi esiliati. Immagino le due donne camminare lente tra la polvere delle strade di Coyoacan, sento il suono delle loro risate, il peso dei loro pensieri. Entrambe morte in Messico a 12 anni di distanza, donne sventurate ed immortali, coraggiose, anticonvenzionali nonostante il loro profondo legame con le tradizioni dei popoli. Pittrice una e fotografa l’altra, forse amanti, forse no, sicuramente però creature complici e rivoluzionarie.
Rimane la loro energia di donne in rivolta, ma forse più di tutto la loro esistenza mai sprecata, folle, di donne libere ed indomite, fin troppo moderne anche per i nostri tempi, caratterizzati ancora da un logica arrugginita di femminismo malato e di maschilismo pervasivo.

Rimane il ricordo di questa donna eccezionale, e della sua esistenza vissuta “con troppa arte”, ma, contrariamente a quanto da Lei sostenuto, rimane anche la sua arte; rimane il suo nome, con il quale “altri nomi tacciamo e diciamo perché non muore il fuoco”.

Mariagrazia Passamano

Frida Kahlo: la sensualità elevata ad arte

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Cara Frida,
quando il mio aereo ha lasciato Città del Messico era il 12 dicembre 2016 giorno della Festa della Madonna di Guadalupe. La tua terra mi ha salutato con dei fuochi d’artificio meravigliosi. Mentre il mio aereo lasciava il suolo messicano ho rivolto a te il mio pensiero, a Coyoacán e alla casa Azul.
Conoscevo poco di te prima della mia “mobilità” e onestamente ero anche abbastanza infastidita dalla tua immagine di Vogue che come il prezzemolo appariva ovunque associata alla trasgressione e alla scelleratezza.
Questo fino a quando non ti ho “incontrata”.
Mi è capitato più volte di vivere o visitare posti che oserei definire non “consuetudinari” ma è solo nella tua casa Azul che ho avvertito molto fortemente una sorta di energia imprigionata. È una casa piena di colori, ricca di dettagli, curata nei minimi particolari e in ogni stanza si avvertono sensazioni differenti e quasi contrastanti. Casa Azul è un inno alla cultura messicana, all’identità di questo popolo meraviglioso. È come se le pareti fossero intrise ancora della tua energia, di sofferenza e di gioia trattenuta. Nel passare da una stanza ad un’altra si ha come la sensazione di trovarti ad un certo punto seduta da qualche parte a bere il tuo tequila tanto è ancor vivo “il suon di”te in questo luogo.
La tua casa è stata un fermento di passioni, di idee rivoluzionarie, di creatività ma anche testimone di logoranti sofferenze e di grandi delusioni.
Ho visto i tuoi busti, le tue protesi, le tue scarpe ortopediche, la tua sedia a rotelle posizionata davanti al cavalletto per dipingere, sfiorato i tuoi vestiti e ho provato un senso di profonda ammirazione per te. Ammirazione perché hai sempre conservato una certa grazia nascondendo il dolore lancinante che ti perseguitava. Il tuo essere “cool” era una necessità ed un gesto di protesta oltre che un atto di devozione alla cultura indigena. Purtroppo però parte del mondo attuale risulta sventrato di contenuti e ignora cosa ci sia dietro la tua sensualità. Oggi predomina l’idea della sensualità connessa alla volgarità, ad un’abbondanza delle forme che però quasi mai coincide con altrettanti contenuti cognitivi. La sensualità invece, come tu insegni, è accettazione delle proprie imperfezioni ed è cura dei singoli difetti. Consiste nel vivere liberamente il proprio corpo. Conoscerlo. Esplorarlo. Giocare con esso. La consapevolezza della propria femminilità (in base a quanto sosteneva Jacque Lacan) consiste nell’accettazione della mancanza dell’elemento fallico e quindi in una condizione di libertà che tale “deficienza” può comportare. La donna non ha nulla di sé che fuoriesce all’esterno e quindi per comprenderla bisogna imparare a decifrare i meandri della sua mente e scavare nelle parti intime del suo corpo. È questo che la rende una creatura estremamente affascinante. Invece oggi vestiamo male questa femminilità e tutto diventa motivo di sfida con il genere maschile. Siamo tutte travolte da un isterismo di massa, dove l’uomo da un lato, ci appare centrale ,in quanto detentore assoluto del potere di farci sentire desiderabili, dall’altro meritevole di rimprovero e di punizione perché ritenuto, erroneamente, capace di desiderare unicamente il nostro corpo.
Vorrei che le donne di domani e quelle di oggi, in particolare la categoria delle “selfieste compulsive”, imparassero da te il culto della femminilità e l’arte della sensualità. Vorrei che fosse insegnato loro ad alleggerire, ad avere dei desideri, ad ironizzare sui propri difetti fisici. Vorrei che ereditassero da te la tua devozione per la tradizione ed il coraggio per non cedere all’immobilismo. Mi piacerebbe apprendessero che la sensualità è ricerca, è costruzione mentale e scoperta connessa ontologicamente all’originalità e all’unicità.
Desidererei verificassero che la sensualità diventa seduttiva (ovvero “capace di portar via”) se impregnata di passione, di gioia e di ironia.
Vorrei che sapessero che anche senza le dita di un piede e con le protesi si può essere estremamente sensuali e diventare Frida Kahlo.
Hai squarciato il mio immaginario e rivoluzionato la mia anima. Tu e la tua terra mi avete cambiato profondamente e radicalmente.
¡Viva la vida!

Ciao Frida

Mariagrazia Passamano

 

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