Lo straniero

Dimmi, enigmatico uomo, chi ami di più? Tuo padre, tua madre, tua sorella o tuo fratello?
– Non ho né padre, né madre, né sorella, né fratello.
– I tuoi amici?
– Usate una parola il cui senso mi è rimasto fino ad oggi sconosciuto.
– La patria?
– Non so sotto quale latitudine si trovi.
– La bellezza?
– L’amerei volentieri, dea e immortale.
– L’oro?
– Lo odio come voi odiate Dio.
– Ma allora che cosa ami, meraviglioso straniero?
– Amo le nuvole… Le nuvole che passano… laggiù… Le meravigliose nuvole!
Charles Baudelaire, Lo straniero

Josef Koudelka

Straniero: parola a me cara. Sul mio documento d’identità alla voce segni particolari avrei dovuto chiedere di aggiungere la connotazione di straniera. É un tratto caratterizzante la mia persona da sempre. La mia condizione richiama quella dell’esule, della persona in eterno moto, di Medea. Sono nata straniera, in terra straniera, da genitori stranieri. O meglio sono nata forestiera. Anche nel mio amato paese, ero quella che “veniva da fuori”, e poco contava che mia madre fosse di un paese vicino e mio padre comunque campano. Il mio sangue era misto, non vantavo origini pure, i miei avi erano anche loro discendenti dei sanniti, ma non contava, perché basta un nulla, un elemento difforme, non corrispondente, mancante, per essere considerato “straniero”, ovvero diverso, estraneo, strano. Strano, perchè in fondo l’elemento della stranezza è la lettera scarlatta dello straniero, basti pensare alle coppie corrispondenti di termini straniero/strano in italiano, ètranger/étrange in francese, stranger/strange in inglese, fremder/fremd in tedesco. Lo straniero rappresenta, rispetto alla massa, un elemento di “non ordinarietà”, di singolarità. Ma non ordinario, estraneo in relazione a chi o a cosa? Straniero rispetto a quale metro di paragone?
Lo straniero è colui che si imbatte contro un ordine precostituito di consuetudini, di convincimenti e talvolta di pregiudizi. È l’elemento di diversificazione rispetto all’ovvio, al comprovato. È l’ascia che va a lesionare il muro del nichilismo pervasivo delle comunità fondate sull’abitudine. Lo straniero è il silenzio in mezzo al frastuono, può rifugiarsi nei boschi come il personaggio shakespeariano di Ermia per evitare i severi ed ingiusti ordini del padre, oppure arrivare dal mare come Odisseo. È l’osservatore “barbaro” che può alterare e guastare il nostro assetto politico e sociale. È colui che è fuoriuscito dal coro, dal gruppo dei pari, è il pentito, il condannato e l’esiliato. É colui che si sente forestiero in un corpo che non riesce ad abitare, è l’uomo che puzza agli angoli delle strade, un pazzo qualsiasi del mio paese che errante si aggira tra gli antichi ruderi di una realtà altra, incapace di distinguere tra ciò che è dentro e ciò che è fuori il suo delirio. Si può essere stranieri rispetto all’esistenza, alla felicità, alla verità, alla pace. L’errore più grande è forse quello di pensare di non esserlo, è la ricerca dell’omologazione e la rinuncia alla multiformità. L’incubo è quello di provare orrore rispetto alla propria condizione di “forestiero”, di creatura transeunte e “meticcia”, buttata qui per caso, con un destino ignoto ed un’origine ancora più incerta. Per brevi tratti ci troveremo a condividere con altre genti lo stesso destino, camminare sullo stesso suolo, parlare la stessa lingua, e tutto questo ci aiuterà a sentirci meno soli, a sentirci parti di un tutto, di viverci come “cittadini”; è un modo per percepire meno vicina l’ora in cui tutto finirà e per impreziosire lo svolgimento, la narrazione, il viaggio. In questo sputo chiamato vita, in questa parentesi incerta tra il morire e il dormire rimaniamo tutti in attesa, preservando la speranza di imbatterci come Odisseo in Nausicaa, in colei che non fugge, che rimane immobile, tranquilla dinanzi allo sconosciuto sporco di salsedine ed in colei capace di contenere e di accogliere l’urlo di sgomento dell’errante.

Mariagrazia Passamano

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RENATO GUTTUSO, Sedia rossa 1968

In questo modo o in quel modo,
Che convenga o non convenga,
Potendo a volte dire ciò che penso,
E altre volte dicendo male alla rinfusa,
Vado scrivendo i miei versi senza volere,
Come se scrivere non fosse una cosa fatta di gesti,
Come se scrivere fosse una cosa che mi capitasse
Come prendere il sole fuori.
Cerco di dire ciò che sento
Senza pensare a cosa sento.
Cerco di accostare le parole all’idea
E di non aver bisogno di un corridoio
Del pensiero per le parole.
Né sempre riesco a sentire ciò che so che devo sentire.
Il mio pensiero solo molto lentamente attraversa il fiume a nuoto
Poiché gli pesa l’abito che gli uomini gli hanno fatto usare.
Cerco di spogliarmi di ciò che ho imparato,
Cerco di dimenticare il modo di ricordare che mi hanno insegnato,
E raschiare la tinta con cui mi hanno dipinto i sensi,
Disimballare le mie vere emozioni,
Sbrogliarmi ed essere io, non Alberto Caeiro,
Ma un animale umano che la Natura ha prodotto.
E così scrivo, desiderando sentire la Natura, non come un uomo,
Ma come chi sente la Natura, e nient’altro.
E così scrivo, ora bene, ora male,
Ora cogliendo ciò che voglio dire, ora sbagliando,
Cadendo qui, sollevandomi là,
Ma andando sempre per il mio cammino come un cieco ostinato.
Tuttavia, sono qualcuno.

Fernando Pessoa

E se fosse arrivato il nostro momento?

Per la componente femminile del genere umano è giunto il tempo di assumere un ruolo determinante nella gestione del pianeta. La rotta imboccata dal genere umano sembra averci portato in un vicolo cieco di autodistruzione. Le donne possono dare un forte contributo in questo momento critico.

Rita Levi-Montalcini

Sebran D'argent

Foto di Sebran D’Argent

Oltre cento donne in Italia ogni anno vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740, di cui 1.251 in famiglia. Sono 3 milioni e 466 mila in Italia, secondo l’Istat, le donne che nell’arco della propria vita hanno subito stalking, ovvero atti persecutori da parte di qualcuno, il 16% delle donne tra i 16 e i 70 anni. Questi numeri non possono non farci riflettere. Ho seguito alcune cause riguardanti i reati di “atti persecutori” e “maltrattamenti in famiglia” e va detto che purtroppo molte volte le donne hanno denunciato e chiesto aiuto, ma che non ci sono state risposte adeguate dal punto di vista istituzionale. Non voglio però soffermarmi sul profilo giuridico e processuale di detti crimini, ma su un’analisi di tipo culturale. Oltre alle gravi patologie di tipo psicologico che, nella maggior parte dei casi, caratterizzano i comportamenti degli autori di abuso, violenze, maltrattamenti, etc., non si può negare che alla base di tali condotte vi sia infatti, anche, un atteggiamento culturale che si sostanzia nella negazione dell’altro come soggetto indipendente e alienus. Il meccanismo mentale che è alla base della pretesa di appropriazione si può tradurre nel considerare l’altro come una proiezione di un nostro bisogno o pulsione. La spinta della pulsione riduce il valore dell’oggetto a uno strumento dell’esigenza di soddisfacimento dell’individuo. Quello che conta è dunque la soddisfazione della pulsione rispetto alla quale l’esistenza particolare risulta totalmente indifferente. Il partner diviene in tal modo una res sulla quale esercitare il nostro dominio e attraverso cui soddisfare i nostri bisogni. Una mancanza gravissima dei nostri tempi credo sia la trascuratezza riservata all’educazione sessuale e ai “discorsi intorno all’amore”. Le scuole hanno bisogno di pedagogisti, di filosofi, di psicologi e di antropologi; queste figure sono essenziali per sviscerare alcune problematiche complesse come il rispetto di se stesso e dell’altro. È un errore gravissimo pensare che la scuola sia solo un centro di nozioni, di voti e di esami. Anche il bullismo nasce dalla sopraffazione, e dalla volontà di annullare l’altro come centro di identità e di diversità. Bisogna educare al rispetto dell’altro e tentare di sostenere e supportare i ragazzi che mostrano maggiori difficoltà in tal senso. Nelle scuole è necessario parlare di sessualità e di amore. C’è una confusione impressionante su questi temi. Credo inoltre che anche il mondo femminile sia responsabile di questa cultura “del non rispetto”. Una volta in un mio viaggio da Firenze verso Napoli incontrai una donna napoletana molto bella di circa quarant’anni. Ascoltai tutta la sua telefonata, raccontò a suo figlio di quanto lui fosse importante per lei, di quanto la sua presenza avesse cambiato radicalmente la sua vita e poi chiuse la conversazione dicendo: “però fino a quando non chiederai scusa alla tua ragazza per quel gesto da vigliacco che hai fatto, io non ti rivolgerò più parola”. Poi mi guardò e mi disse: “so che penserai che sono una madre troppo rigida, ma credo fortemente che il rispetto per la donna passi inevitabilmente dal ruolo che le madri hanno nelle vite dei loro figli”. La saggia e combattiva Signora napoletana aveva ragione. Noi donne dobbiamo avere nel cuore le sorti delle altre donne. Siamo responsabili di tutto ciò che sta accadendo. Una cultura maschilista e di sopraffazione prende forma dove manca la DONNA. L’amore nasce dentro di noi e attraverso di noi. Prima di dividere il mondo in donne VITTIME e uomini CARNEFICI pensiamo alla maniera indegna con la quale le politiche italiane ci stanno rappresentando, al maschilismo latente che serpeggia nelle nostre anime, prima di considerare gli uomini gli unici responsabili di tutti i mali del mondo interroghiamoci sull’esempio che diamo ai nostri figli e alle nostre figlie. Molto dipende da noi, dal nostro modo di raccontare la nostra femminilità e le nostre fragilità. Più che una guerra tra generi, a me pare si possa parlare  di una forma di epidemia chiamata “Mancanza di RISPETTO DELL’ALTRO”. La parola rispetto deriva dal latino: respectus, da respicere guardare indietro, composto di re– indietro, di nuovo e spicere guardare. Il rispetto dell’altro infatti presuppone il guardare e l’osservare. Ricominciamo dalla cura di questo valore, dal vivere le altre creature come una possibilità e non come una pretesa, sostenendo chi è più in difficoltà ed educando alla consapevolezza che l’amore può generarsi e crescere solo in una condizione di libertà e di indipendenza. La nostra non deve essere una guerra terminologica, (ministro/a, presidente/a), ma una battaglia culturale tesa a modificare le radici malate della nostra società e del rispetto nei confronti dell’altro e della donna in particolare. Il cambiamento può partire solo da noi e dalla “reinterpretazione” del concetto di “amore“.

Mariagrazia Passamano

Alla ricerca dell’essere

 

“Il tuo dovere è di non consumarti mai nel sacrificio. Il tuo dovere reale è di salvare il tuo sogno. La Bellezza ha anche dei doveri dolorosi: creano però i più belli sforzi dell’anima. Ogni ostacolo sormontato segna un accrescimento della nostra volontà, produce il rinnovamento necessario e progressivo della nostra aspirazione. Abbi il culto sacro per tutto ciò che può esaltare ed eccitare la tua intelligenza. Cerca di provocarli, di perpetrarli, questi stimoli fecondi, perché soli possono spingere l’intelligenza al suo Massimo potere creatore. Possiamo noi racchiuderli nella cerchia della lora morale angusta? Affermati e sormontati sempre”.

Amedeo Modigliani, Lettera a Oscar Ghiglia, Venezia 1905

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Verso il sole, (Piramide del sole,Teotihuacán) 2016

Ripensavo al film “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e a quanto sia rappresentativo dei nostri tempi. È un film senza contenuti. Dove la bellezza regna sovrana. È puro incanto estetico. Non c’è sostanza. È uno scorrere lento di immagini. Poi capisco che Roma sia sempre Roma e quindi da sola (quasi) capace di far vincere un Oscar. Però, la mia domanda di fondo è: ma cosa voleva raccontare il regista? Lo scopo narrativo del film qual era?
Eppure stiamo parlando di un uomo con un talento incredibile. Se ripenso ai suoi primi film, tipo a “Le conseguenze dell’amore”, mi sembra incredibile che ad un certo punto abbia deciso di inserire il pilota automatico e di affidarsi solo ai suoi virtuosismi estetici. Purtroppo però questa è una cosa molto frequente. Leggo pagine di libri, messaggi, note su pagine facebook e talvolta scopro cose scritte anche molto bene ma che non raccontano niente, senza anima. Da un lato penso che siamo tutti un po’ storditi dalla tirannia delle immagini, dall’altro che non siamo più abituati a pensare e a pensarci. Se non siamo a lavoro o in giro a fare shopping, stiamo a casa o con il televisore acceso o con il cellulare in mano a guardare la vita dei vip su instagram o le foto delle vacanze del nostro vicino. E il tempo per non fare niente dov’è?
Abbiamo bisogno di sottrarre. Dobbiamo imparare a togliere, ad asciugare, a rimpadronirci del nostro tempo, di parte di noi. I contenuti non nascono senza il silenzio, senza la capacità di sapersi ascoltare. È attraverso la metabolizzazione degli accadimenti esterni che riusciamo a conoscerci profondamente. Ciò che ci spaventa è sicuramente il nostro inconscio, quello che sentiremmo nelle pause, nei silenzi, sui monti, in riva al mare. Fromm la definiva “la fuga dalla libertà”. Non ha senso fare il viaggio senza scoprire chi siamo e senza capire di che cosa siamo fatti e cosa possiamo donare di noi al mondo. Nello sforzo continuo teso alla scoperta di alcune parti di noi celebriamo l’anniversario della nostra nascita e ripetiamo il rituale del venire al mondo. 
Il nostro dovere reale è quello di salvare i nostri sogni, la nostra essenza, la nostra verità, il nostro desiderio. Dare un senso alla nostra vita significa renderla bella, valorizzarla, impreziosirla, darle una forma, un volto, una consistenza.
La vita infatti di per se non è né bella né brutta, né giusta e né sbagliata; la vita semplicemente può avere senso o non averne alcuno. Ma imparare ad essere esattamente cosa significa?
Mi sono interrogata per anni e anni su questa domanda. È stato il mio tormento costante. Con il tempo ho raggiunto una quasi risposta che si sostanzia in alcune argomentazioni che vi propongo. Il problema è che non c’è una regola, non c’è una via, non c’è un ricettario, istruzioni, non vi è neanche la certezza di riuscire davvero ad imparare ad essere se stessi. La vita tutta prende forma nel tentativo, nella lotta, nella non rassegnazione, nel sentiero che ci può condurre verso la realizzazione di questo desiderio. Mi può essere obiettato allora che il senso non ci sia, dal momento che non si raggiunge mai la nostra essenza. L’errore è proprio questo. L’errore è credere che per essere felici bisogna prendere possesso del nostro essere. La felicità nasce dalla ricerca, dalla fedeltà a se stessi, dal rimanere in ascolto. La disperazione è lontananza dal nostro inconscio, dalla legge del desiderio.
Nelle “Lettere al dottor G.” e nel “Diario di una diversa”, Alda Merini, racconta che nel profondo dell’inferno uno spiraglio di ritrovata umanità fu la psicoterapia condotta all’interno del manicomio con il dottor G., il quale comprese che il modo più incisivo per aiutare la sua paziente potesse essere quello di indurla a scrivere ancora, infatti mise a sua disposizione una macchina da scrivere, convinto che la poesia potesse salvarla e così fu.
La macchina da scrivere come simbolo di vita, di strumento di ritorno a se stessa e alla sua vocazione; come ausilio del suo fervore e mezzo di libertà. La poesia come salvezza, come terapia, come unica soluzione per non cedere difronte a quella condizione di disumanizzazione. La cura del desiderio è l’antidoto contro la malattia. È l’unico farmaco che ci può guarire e che ci tiene lontani dai giochi insolenti, insidiosi e pericolosi della nostra mente. Thanatos è assenza di desiderio, sinonimo di una vita che non diviene mai reale. Negli anni ho scoperto che non c’è niente che mi faccia più male dell’osservare le persone lontane da se stesse e perse in salti acrobatici inutili. Non mi ferisce tanto il non amore, la cattiveria, la mancanza di buon senso, ma la costatazione dell’assenza del desiderio. Mi piacerebbe sempre poter essere un po’ come la figura del Dott. G  e fornire alle persone che incontro e che mi stanno a cuore quella macchina da scrivere per risalire dagli inferi e per continuare a sognare.

Mariagrazia Passamano

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“…non c’è sosta per noi, ma strada, ancora strada, e che il cammino è sempre da ricominciare”.

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Galicia, Costa da Morte (Luglio 2014)

A GALLA

Chiari mattini,
quando l’azzurro è inganno che non illude,
crescere immenso di vita,
fiumana che non ha ripe né sfocio
e va per sempre,
e sta – infinitamente.
Sono allora i rumori delle strade
l’incrinatura nel vetro
o la pietra che cade
nello specchio del lago e lo corrùga.
E il vocìo dei ragazzi
e il chiacchiericcio liquido dei passeri
che tra le gronde svolano
sono tralicci d’oro
su un fondo vivo di cobalto,
effimeri.
Ecco, è perduto nella rete di echi,
nel soffio di pruina
che discende sugli alberi sfoltiti
e ne deriva un murmure
d’irrequieta marina,
tu quasi vorresti, e ne tremi,
intento cuore disfarti,
non pulsar più! Ma sempre che lo invochi,
più netto batti come
orologio traudito in una stanza
d’albergo al primo rompere dell’aurora.
E senti allora,
se pure ti ripetono che puoi
fermarti a mezza via o in alto mare,
che non c’è sosta per noi,
ma strada, ancora strada,
e che il cammino è sempre da ricominciare.

Eugenio Montale

 

 

A Giulia

Il futuro (Bisaccia, agosto 2014)

(LETTERA AD UNA PICCOLA DONNA)

Essere donna è complesso. È complesso soprattutto quando lo si vuole essere davvero. Autenticamente. Assolutisticamente. Ti racconteranno che non sei niente senza un uomo. Ti diranno che dovrai essere necessariamente moglie e madre per meritare di appartenere a questa vita. Ti paragoneranno continuamente  alle donne che hanno fatto del matrimonio la loro medaglia d’oro. Ti diranno da che punto guardare il mondo, cosa mangiare, cosa bere, quali Jeans indossare, dove andare in vacanza e quando è il momento di ridere, perché ti racconteranno che le donne che ridono troppo sono futili e “donnine”. E ancora ti diranno che inseguire con tenacia un sogno sia sostanzialmente un lavoro da uomo. Tu fottitene. Tu leggi. Balla. Sogna. Sbaglia. Ascolta tanta musica, soprattutto la musica classica. Cadi e rialzati infinite ed innumerevoli volte. Sii il lampo che squarcia il cielo. Sii luce improvvisa ed imprevedibile. Ricorda: tu sei infinito. Ti potranno additare come pazza ma il mondo, rammenta, è salvo grazie alla follia. Sii insaziabile di conoscenza. Sii perseverante nella coscienza di te stessa. Studia la filosofia. Incontrerai uomini piccoli che cercheranno di portarti al loro livello e uomini grandi che ti insegneranno il coraggio e l’amore. Ci saranno tramonti che ti soffocheranno e albe talmente belle che illumineranno per sempre il tuo cammino. Essere donna è difficile. Essere donna significa vedere oltre, sempre. A noi appartiene il sacrificio di non rassegnazione, di evoluzione, di autoconservazione. Una donna che trasgredisce la sua legge interiore sbaglia due volte: contro se stessa e contro l’ordine naturale del cosmo. Ieri notte guardavo le tue spalle mentre ti stringevo forte e pensavo a quanto la tua sola esistenza mi abbia permesso di essere infinitamente migliore. Sii donna. Sii sempre indomita. Sii libera. Segui con coraggio i tuoi sogni anche quando arriverà il buio e sentirai di non essere più nessuno. Sii il miracolo inatteso di tutti i tuoi giorni.

Mariagrazia Passamano

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